Tutto considerato

Tiglio

Nei giorni di ritrovata libertà, più o meno totale, anche il tiglio sembra avere un profumo diverso.  Mentre aleggia nell’aria, ci si chiede se magari “prima” non lo si notava, perché era sempre stato lì, a fare il tiglio, appunto. 

Ma “dopo”, vale a dire, sciolte le briglie della prigionia forzata da quarantena, che i quaranta giorni li ha superati, certe cose appaiono un po’ diverse e non più così scontate. Anche il profumo di una pianta che magari non si apprezzava particolarmente. 

Inutile fingere che certi eventi non lascino il segno, anche quando sembrano alle spalle, o si vogliono dimenticare per superficialità, distrazione e perché va così.

Tirando le somme tra morti, feriti e sopravvissuti, tra sondaggi, dati e bollettini, tra previsioni e avvertimenti che il nemico invisibile è ancora lì, pronto a fare la sua ricomparsa, seppur sfiancato e meno aggressivo, ci si chiede cosa resta.

Cosa resta quando si fanno quattro conti che nella media non tornano più?  Almeno,  “prima” tornavano. Poco, forse, ma tornavano. 

Cosa resta delle lezioni che non si tengono più dal vero? Da bambini, quando cominciava a insinuarsi dalle finestre aperte il profumo della primavera e dell’estate, non si vedeva l’ora di poter uscire fuori, negli spazi all’aperto che offriva la scuola. Il grande cortile, le terrazze, il giardino sembravano territori da scoprire, ma solo ogni tanto.

Oggi, perché non trasformarli in un’opportunità quotidiana, considerando che la stagione inviterebbe a farlo?

Classi dimezzate con alunni, studenti e insegnanti mascherati come banditi del Far West, che partono all’attacco della diligenza  a giorni alterni, tra banchi distanziati su grandi terrazze, sotto i porticati, al parco, nei campetti di calcio o pallacanestro. Ogni luogo, dove lo spazio consenta il distanziamento fisico e la massima areazione, potrebbe tornare utile. A patto che lo si voglia immaginare, valutare e realizzare nella pratica. 

In fin dei conti, lo stesso criterio, potrebbe valere anche in altri frangenti, purché chi lo occupi stia alle regole del rispetto di sé stessi e degli altri. 

Tutto fa, piuttosto che scomparire tra le mura di casa, le cifre di un sondaggio o nella rassegnazione.

 
 

Luoghi comuni, di comune in comune


Serpeggiano, in questi tempi forzatamente casalinghi, molti luoghi comuni.

Alcuni, perfino pagati per farlo, indagano, sondano, traggono conclusioni sui nuovi “trend” del momento per ipotizzare il futuro, come se nel momento attuale, quanto mai abnorme e imperscrutabile nelle sue future evoluzioni, si potessero gettare le basi per formulare congetture statistiche e precise.

Viene da pensare che forse, proprio perché sono venute meno le cose da fare, qualcuno deve pur far passare il proprio tempo.  A elaborare scenari di vario tipo, per esempio.

Ma su che basi, visto che l’unica certezza che ci rimane è quella della fatica e dell’impegno di vivere il momento, sperando nella rinascita più o meno imminente?

Tra disfattisti e pessimisti a oltranza che prevedono la catastrofe generale e romanticoni sognatori che ipotizzano il sorgere di una new age alla fine del tunnel, forse c’è una via di mezzo; quella di non cadere nei luoghi comuni.

Alcuni di questi riguardano la dimensione solitaria e casalinga in cui molti di noi sono attualmente confinati.

E allora si alza un grido d’allarme sulle donne che sembrano tornare a essere relegate tra le quattro mura a cucire, a fare torte e pane in casa, a pulire e a farsi la tinta da sole, invece che uscire a portare a fare l’orlo dei pantaloni al negozietto dietro casa, o comprare dolci e pane alla boutique dei prodotti da forno, a chiamare la “donna” delle pulizie o andare dalla parrucchiera.

Beh, ci sono donne che puliscono casa, cucinano, si dedicano al cucito e si fanno la tinta da sole da anni. Se per necessità o virtù, saranno fatti loro.  Allo stesso modo di come si dedicano alla dimensione casalinga, viaggiano, fanno sport, fanno cose e  vedono gente, se ne hanno voglia, e non per questo corrispondono al vecchio modello femminile che tace, ubbidisce e acconsente.

Altri gridi di allarme si levano sul disagio, che sarebbe maggiore per chi vive solo, di essere reclusi a casa. Dipende. Se l’alternativa è dover condividere lo spazio, poco o tanto che sia, con chi si è ai ferri corti da un pezzo, oppure temere che l’altro possa far entrare in casa il nemico invisibile attualmente dilagante. Beh, delle tre, la cosa migliore è di gran lunga la prima.

Che dire, poi, della vita sociale praticamente assente, delle lunghe giornate noiose, senza impegni, che non passano mai e deprimono? Quanti rimpiangono i giorni super impegnati, tra palestra, apericena, pizzate, cinema, mostre, incontri ecc. e poi ancora palestra, apericena, pizzate, cinema, mostre, incontri ecc. ecc.

Ma dovendosi fermare per forza, in una dimensione temporale surreale come questa, non è che magari venga il dubbio che molti di quegli impegni si prendevano solo per cercare di riempire un vuoto che non si voleva considerare?

Che si poteva fare a meno dover rendersene conto a causa di una stramaledetta entità biologica dalle dimensioni misurabili in nanometri, non c’è dubbio.

Ma se sognare una casa, nel linguaggio dei sogni, rappresenta il sé e proprio per questo può apparire grande e spaziosa, luminosa o tetra, accogliente o in rovina, ci si dovrebbe chiedere se il vuoto tra le pareti domestiche esisteva già da prima. Solo che adesso, è lì a reclamare impietosamente la sua presenza.

E allora, si può scoprire, che al di là dei luoghi comuni di ogni periodo e luogo, quello che importa veramente è come si vive dentro la propria casa interiore, che ci si porta sempre appresso come il guscio la lumaca.

Poco importa se qui o là, prima o dopo, o se qualcuno passa il suo tempo a catalogare, classificare e inquadrare le persone, inseguendo stereotipi e luoghi comuni.

 

 

 

Io c’ero, e ve lo racconto

Ogni cosa, alla fine, ha tre costanti: un prima, un durante e un dopo.

Un prima, che può essere negato, sottovalutato, sfidato o del tutto inaspettato.

Un durante, faticoso, doloroso, vilipeso o riscoperto e sorprendentemente rivalutato.

Un dopo, da ipotizzare, progettare ed attendere.

Filo comune che unisce prima, durante e dopo è il tempo.

Un tempo che, di questi tempi appunto, si dilata, opprime o facilita, permettendo di occuparsi di altro.

Come il sogno nel cassetto di scrivere un’autobiografia, per esempio, digitando idee e spunti sulla tastiera di un pc, tablet o  smartphone.

Carta e penna sono diventati introvabili vicino a casa, con le cartolerie chiuse e gli scaffali della cancelleria off-limits nei supermercati.

Ma se proprio non si può fare a meno di scrivere in modo tradizionale per mettere insieme parole e pensieri, si può sempre frugare negli armadi e nei cassetti.

Ecco, allora, che oltre a mozziconi di matita, pennarelli e penne mezze consumate, saltano fuori agende vuote, regalate e omaggiate in tempi più o meno recenti, che sembrano lontani anni luce.

Periodi in cui mai si sarebbe immaginato l’attuale dopo, che è diventato il presente.

Un presente, con il suo bagaglio di tempo fin troppo disponibile, di cui in molti avrebbero volentieri fatto a meno.

Ma c’è chi, nell’emergenza, ci vive da sempre e si è fatto gli anticorpi grandi come una casa o resistenti come un bunker anti-atomico per sopravvivere nella quotidianità.

Segregazione domiciliare a parte, poco cambia per loro.

Un presente che già agli albori, con quella strana coincidenza di due 20 consecutivi, aveva forse gettato qualche dubbio e presagio nefasto tra gli appassionati di  numerologia.

Qualcuno di loro, probabilmente, aveva ravvisato qualche sciagura nascosta tra i vari significati del numero 20, vale a dire il castigo e la benevolenza del Cielo.  Qualcun altro, invece, avrà finalmente una scusa plausibile per sottrarsi al pranzo della domenica e delle feste.

Qualcun altro, al contrario, lo rimpiangerà profondamente.

In ogni caso, chiunque potrà dire di esserci entrato davvero nella storia.

Dal nipotino al bisavolo, generazioni lontane ma accomunate e condizionate dalla stessa emergenza, potranno così popolare  le pagine della famosa autobiografia in fondo al cassetto, nel capitolo dal titolo “Io c’ero, e ve lo racconto”.

 

Un bicchiere mezzo pieno…

Acqua, aria, fuoco e terra. Il mondo, alla fine, è uno solo, che lo si voglia o no.

È sempre stato così, dalla notte dei tempi, ma mai come oggi quello che uno fa vicino a casa propria può ripercuotersi in poco tempo a migliaia di chilometri, diventando una catena “globale” di cause, effetti ed eventi.

Globale, guarda caso, deriva da “globo” e relativi sinonimi: sfera, terra, pianeta, mondo, così può esistere l’economia globale, un problema globale, un fenomeno globale ecc…, ma anche una responsabilità globale.

A parte i derivati di “mondo”, sarà meno probabile avere a che fare con un’economia, un problema, un fenomeno e una responsabilità sferica, terrestre o planetaria.

Freddura e gioco di parole a parte, o calembour come dir si voglia, in tanti si stanno vivendo tempi incerti su questo globo. Non che sia sempre stato tutto facile, lo sappiamo bene.

Ma quando si affaccia all’orizzonte qualcosa di nuovo che preoccupa, minaccia e condiziona, sorgono spontanee alcune domande.

Una di queste, ruota intorno a una parola di sole sei lettere: perché?

Perché ci deve pur essere un inizio, una causa, un effetto e una catena di eventi che favorisce l’apparire di qualcosa di nuovo e inquietante.

Ma grattando la vernice solo di poco, si scopre che, in realtà,  quel nuovo sa di vecchio, che il famoso “globo” ha già vissuto.

Cambiano i nomi, le caratteristiche, i periodi storici e le dinamiche, che hanno lasciato e lasceranno i loro segni nel DNA umano.

Perché, alla fine, si trova quasi sempre un modo per difendersi da un problema, se non si è riusciti ad evitarne la causa.

Nel fagocitare di numeri, di  veri o presunti fattori scatenanti, di paure comprensibili o esagerate e di quant’altro non è facile restare lucidi e nemmeno accantonare la preoccupazione con un generico “stai sereno”.

Al grande punto interrogativo che appare nell’orizzonte personale di ognuno, risponde, in parte, il tempo che viene riscoperto col mutare delle abitudini quotidiane.

Così, per quanto possibile e assurdo, si riscoprono modi dimenticati di utilizzare le ore e le giornate. Un tratto di strada appare diverso se si percorre a piedi, piuttosto di condividere la vicinanza forzata, respirando la stessa aria del vicino.

Ore e giornate svuotate da obblighi sociali e lavorativi, offrono la possibilità di occuparsi di cose che normalmente si trascurano o diventano noiose incombenze, nell’attesa che tutto ritorni come prima. Anzi, si spera, meglio di prima.

Perché dalle difficoltà se ne può uscire perfino rinforzati. Di solito è così.

Nel frattempo, laviamoci spesso le mani, stiamo a distanza di sicurezza e RESTIAMO A CASA!!!!!!!!

Leggenda e delizia del torrone di Cremona

Cremona

Nelle terre intorno a Cremona si è appena dissolta la prima nebbia autunnale. Fervono, frenetici,  gli ultimi  preparativi per un evento eccezionale: il matrimonio tra la duchessa Bianca Maria Visconti, di soli 17 anni, e il quarantenne Francesco Sforza.

È il 25 ottobre 1441 quando viene ufficializzata l’unione tra i due, predestinati ad essere consorti molti anni prima.

Si è deciso di celebrare la cerimonia, sontuosa come merita l’occasione, nella chiesetta di S. Sigismondo, appena fuori città.

Occhi nemici, malvagi e pericolosi potrebbero creare problemi nella centralissima Cattedrale.

Bianca Maria Visconti e Francesco Sforza

Alle nozze di Bianca Maria e Francesco seguono grandi festeggiamenti,  giostre, tornei, sfilate di carri allegorici e, naturalmente, un banchetto regale. Nell’aria, gli effluvi delle carni speziate, dei capponi e della selvaggina si mischiano al vocio rumoroso e alle risate dei ricchi commensali che sorseggiano grandi calici di vino rosso.

Ma a un tratto, il vocio sembra scemare. Solo un attimo, e poi riprende ancora più rumoroso e allegro quando appare sulle tavole degli invitati un dolce preparato apposta per l’occasione. Ha la forma del Torrazzo, l’alto campanile della cattedrale sotto al quale non si è potuta svolgere la cerimonia nuziale.

Cremona, il Torrazzo

Noto ai posteri come “torrone”, è una delizia di pasta dolce in cui predomina il bianco d’uovo che avvolge mandorle e nocciole, con aggiunta di aromi e miele. Declinato in  numerose versioni e già presente in altri paesi lontani ai tempi di Bianca Maria e Francesco, il torrone di Cremona vanta oggi il marchio IGP.

Classico o morbido, continua a conquistare i palati e la golosità di chi lo apprezza e lo gusta  ben oltre i confini della città che lo ha visto nascere.

Eppure, qualcuno racconta che la sua origine sia solo una leggenda…

I conti della serva: brioche e cappuccino o polenta, funghi e salsiccia ?

Si sa, ognuno con i suoi soldi ci fa quello che gli pare. A volte però, alcune considerazioni sul come spenderli o risparmiarli sorgono spontanee, per scelta, necessità o consapevolezza.

Prendiamo ad es. una tipica colazione al bar, costituita da brioche e cappuccino che costerebbe un minimo di € 2,50 e che magari, ancora prima di pranzo, è rimasta lì sullo stomaco e non va né su né giù…

Brioche e cappuccino

Forse, non sarebbe stato meglio spendere quei 2.50 euro per qualcosa di più consistente, magari un pranzo che accompagna fino a sera, ma in senso positivo? Come per es. polenta funghi e salsiccia, con ingredienti di ottima scelta, acquistati in punti vendita di famosi supermercati.

Conti alla mano, ecco quale potrebbe essere un’alternativa:

  • 100 gr di farina per polenta taragna, dal potere più saziante di quella normale solo di mais, grazie al maggior contenuto di fibre = € 0,20
  • Funghi Pleurotus in offerta, scontati al 40% (freschi e integri) sufficienti per cucinarne 2 contorni abbondanti = € 0.80/cad.
  • Pomodorini di Pachino  a € 1,80 a confezione, sufficienti per preparare 3 porzioni di sugo = € 0,60/cad.
  • Salsiccia al finocchio 100 gr a € 0,70
  • Varie: 1/4 di cipolla – olio di oliva – sale – consumo di gas = pochi centesimi
  • Totale pranzo a persona = € 2,50

Si potrebbe obiettare:

  • Ma non è bio! (il bio per essere davvero bio dovrebbe costare, e parecchio, ed è inutile illudersi che tutti si possono permettere un autentico bio. In ogni caso, si possono trovare ingredienti di buona qualità anche nei supermercati. Inoltre, la colazione al bar, di solito, non è bio)
  • Ma non c’è tempo per cucinare! (si potrebbe cucinare nel fine settimana)
  • Ma è un piatto troppo sostanzioso! (Potrebbe essere un buon motivo per uscire dopo pranzo a farsi una camminata nei dintorni per smaltire le calorie! In ogni caso e nella norma, una volta ogni tanto si potrebbe anche fare, considerando che 100 gr di polenta potrebbero sostituire tutta il resto di carboidrati / farinacei  – accompagnati da grassi  vari – che senza accorgersene s’ingurgitano in un solo giorno. Molti dei grassi contenuti nella salsiccia se ne vanno a fronte di una cottura a parte piuttosto lunga e in acqua, pur mantenendo il sapore finale.

    polenta, funghi e spezzatino

     

Si potrebbe anche optare per lo spezzatino di tacchino, per es. e utilizzare dei pomodori più economici, contro i Pachino IGP che costano circa € 6/kg. Il budget lieviterebbe di poco meno di 1 euro.

Questo è solo un esempio, immaginato e sperimentato dopo che,  in coda alla posta, qualcuno si lamentava non solo di non avere i soldi per pagare la bolletta del gas, ma della brioche e del cappuccino che, appunto, all’ora di pranzo erano ancora lì e non volevano andare né su né giù…

Some positive penny-pincher’s considerations: breakfast with a brioche and cappuccino or lunch with polenta, mushrooms and sausage?

You know, everyone does what he wants with his money. Sometimes, however, some considerations spontaneously arise on how to spend or spare them, both by choice and necessity or even awareness.

Just think of a typical breakfast at the bar, consisting of a brioche and cappuccino that would cost not less than € 2.50 and  may sometimes stay just there on the stomach, without going up or down till lunch.

Why not to spend 2.50 euros for something else which could satiate  from lunchtime to evening instead of lying heavy on the stomach for hours? Something like polenta, mushrooms and sausage, for example, prepared with the most excellent ingredients bought in the best supermarkets.

All in all, here is a possible alternative:

  • 100 gr of taragna polenta flour (with more satiating power than normal corn, thanks to the higher fibers content) = € 0.20
  • Pleurotus mushrooms, discounted at 40% (fresh and whole) enough to cook 2 abundant portions = € 0.80 / each.
  • Small and tasty Pachino tomatoes (typical from Sicily) at € 1.80 per pack, enough to prepare 3 portions of sauce = € 0.60 / each.
  • Fennel sausage 100 gr at  € 0.70
  • Various: 1/4 onion – olive oil – salt – gas consumption = a few cents
  • Total cost per portion = € 2.50

One could object

  • But it’s not organic! (real organic ingredients are supposed not to be cheap and not everyone can afford real organic food. In any case, one can buy good quality ingredients also in supermarkets. Moreover, breakfast at the bar is usually not so organic)
  • But there’s no time to cook! (you could cook on the weekend)
  • But it’s a fattening dish! (not so fattening, if it’s eaten from time to time  and considering that 100 gr of polenta could replace all the rest of carbohydrates / trash foods eaten in a single day. Most  of the fat  contained in the sausage is eliminated if you cook it separately in water for 30 minutes or so, yet maintaining the final taste. Moreover, it could be a good reason to go out after lunch and walk around to get rid of calories!)

This is just an example, imagined and experimented after being at the post office. While queuing up, someone complained not only about the money he hadn’t to pay the gas bill, but the brioche and the cappuccino he had at the bar, as well. At lunchtime, they were still there just on the stomach and didn’t want to go up or down…

Dalle stelle alle catacombe

Catacombe a Sant’Eustorgio, Milano

La fretta, si sa, impedisce di notare certi dettagli, anche a chi in certi posti ci è nato e ci vive da sempre. Passando vicino alla Basilica di Sant’Eustorgio, per esempio sarà molto difficile notare solo per caso che sopra al campanile non c’è una croce come ci si potrebbe aspettare. Al suo posto c’è una stella. Del resto, alzare lo sguardo verso l’alto quando si è assorti a guardare dove si mettono i piedi o chi passa accanto oppure il display dello smartphone, come potrebbe essere altrimenti?

Forse ce l’avrà anche raccontato qualcuno un tempo, ma poi l’abbiamo dimenticato. Dimenticato cosa? Ah sì… che quella basilica, essendo collegata al culto dei Re Magi, li ha voluti celebrare anche nel punto più elevato dell’edificio, dove più in alto c’è solo il cielo.

Sorvolando sul lungo corso della storia che ha portato a Milano un po’ di tutto, dai Celti ai Romani, dagli Unni al Barbarossa, che tra l’altro decise di portarsi via le reliquie dei Re Magi come smacco alla città che aveva giusto, giusto devastato, dagli Spagnoli ai Francesi e agli Austriaci.

Al contrario di altri luoghi, Milano non ha conosciuto grandi persecuzioni nel periodo in cui i pagani non erano più tanto pagani, ma non erano ancora autentici credenti. Allora si usava che un luogo all’aperto o un locale della propria dimora veniva utilizzato per il culto degli dei che poi sono diventati solo uno.

La città si sviluppava qualche metro più in basso della superficie attuale. Ecco perché, alla fine, la storia di tante basiliche o edifici religiosi più piccoli, sparsi ovunque  in città, si somiglia.  Nello, specifico, il sito originario di Sant’Eustorgio era stato adibito a necropoli quando ai tempi dei Romani, là si era già fuori città, tra boschi e campagna.

Come si fa a saperlo oggi? Perché dove un tempo si radunava mesta una parte della popolazione, oggi restano le tracce del loro passaggio. Si deve scendere sotto il livello della strada dove sopra sferragliano i tram e nel silenzio totale, ritrovare quel pezzo di storia cittadina, camminando tra i sepolcri, le lapidi e qualche anfora romana.

Negli ambienti bassi, tra le pareti oggi ricoperte di cemento bianco, ci si sente quasi schiacciati dalla mole che li sovrasta. La voci si fanno più basse, un po’ intimorite dalla suggestione che si respira. Qualche attimo di riflessione su come un tempo era la città e poi di nuovo fuori, nella luce di un giorno come un altro, mentre lassù la stella sta sempre a guardare.

 

Il gusto del bello

Si dice che il gusto del bello, noi italiani, ce l’abbiamo nel sangue, un bello non opulento, ma nemmeno austero. Una bellezza che cerca l’armonia dei colori, delle forme, delle proporzioni e dei volumi.

Un gusto per il dettaglio, frutto di tradizioni secolari che si sono sviluppate nei più svariati settori; dal vetro alle scarpe, dalle stoffe all’edilizia.

Tecniche tramandate da generazioni di abili artigiani che sono sempre più rari e rischiano l’estinzione, ma che per sopravvivere spesso sono costretti a offrire le loro capacità a chi ha le tasche più rigonfie di quattrini. Lo fanno per motivi contingenti, perché chi dovrebbe sostenere e incentivare l’innato gusto italiano per il bello, il più delle volte lo spreca, lo calpesta o, nel migliore dei casi, lo ignora o lo tartassa di gabelle.

Poi ci sono loro: I CREATIVI, un esercito silenzioso che lavora incessante, soprattutto per sé stesso e per pochi intenditori.

Persone che se le incontri per strada, mai più sospetteresti una loro seconda vita parallela.

Tra le vie anonime di un quartiere di periferia, si cela un geometra in pensione che finalmente dà libero sfogo alla sua vera inclinazione, soffocata per anni e anni: la scrittura medievale. Siede allo scrittoio in stile conventuale e riproduce lettere alate, spaziando tra l’oro e i colori vivaci, mischiando segretamente polveri e essenze  come un vero amanuense e che la loro misteriosa mistura non la svelerebbe nemmeno alla moglie.

In una sala da ballo, tra le campagne del nord-est, mai più ti immagineresti che la ballerina di country in terza fila, con gli stivaletti alla texana e il cappellaccio da cowboy, nasconda il delicato passatempo del ricamo veneziano, riproducendo meticolosamente punti dimenticati, in voga secoli fa.

Lo stesso interesse, ma per i ricami in stile liberty, lo coltiva tra le pareti domestiche la dark lady che incontri in coda alla cassa del supermercato sotto casa. Di lei, sempre vestita rigorosamente in nero, non diresti mai che con i colori dei filati ci va a nozze.

A due passi dall’Adriatico, una ceramista tenta nuove tecniche creative, dipingendo legni abbandonati sulla spiaggia dalle onde, mentre c’è chi per non sentire la puzza di plastica e per evitare di indossare la pelle degli animali, si confeziona le borse in stoffa oppure, per risparmiare, taglia e e cuce una giacca con la lana cotta firmata, comprata online a 15,00 euro, quando in negozio la troverebbe bella e pronta a 150,00 euro.

Insomma, chi per necessità, chi per virtù, questo popolo laborioso taglia, cuce, dipinge o inchioda, mentre in sottofondo ascolta Bach, Mozart, Puccini, i Litfiba, il Festival di Sanremo o il TG regionale.

Chi per gusto personale, chi per sfuggire al destino di casalinga disperata, disoccupato inattivo o pensionato alienato, ognuno di loro insegue un sogno, un’idea, un nuovo oggetto da creare. Qualcosa che serva o sia inutile, qualcosa da regalare o tenere per sé.

Qualcosa di unico e bello che lasci una traccia di sé.

 

Accadeva nelle cucine italiane del 1600 e 1700

Natura morta (B. Strozzi)

Natura morta (B. Strozzi)

Quando in Italia  il prezzemolo si chiamava petrosemolo e la casseruola era la cazzarola, chi se lo poteva permettere aggiungeva ai piatti di carne e non solo, molte spezie.

Non quelle spezie a cui siamo abituati oggi per insaporire le pietanze, ma abbondante cannella, zenzero, noce moscata e zucchero che prevalevano sul sale. Solo verso la fine del 1600 inizieranno a prendere piede le cucine locali delle varie nazioni, in cui all’uso indiscriminato delle spezie si preferirà l’utilizzo delle erbe aromatiche.

Tra le spezie più alla moda compariva anche il muschio, non inteso come pianta, ma il prodotto delle secrezioni ghiandolari di un ruminante asiatico simile al capriolo, che a discapito della sua provenienza corporea era molto apprezzato per il profumo che conferiva alle vivande.

Anche allora poteva capitare di iniziare un pasto o una cena con un bel piatto di insalata, quando ci si voleva saziare e non eccedere con le portate che seguivano, solo che spesso l’insalata non veniva lavata per evitare di disperderne il sapore.

Non era raro, quindi, che mangiare l’insalata potesse causare fastidiosi conseguenze, se ad esempio si trovava tra le foglie uno scorpione morto, il cui veleno l’aveva contaminata.

Trattato del trinciante (1639)

Trattato del trinciante (1639)

Cinghiali, cinghialotti, capponi, galline, porcellini da latte e ogni sorta di selvaggina e di pesce veniva minuziosamente tagliuzzata dal trinciante. Una figura di primissimo piano nella preparazione dei banchetti, quasi alla pari del cuoco. Con abilità e destrezza, dissezionava le povere bestiole per presentarle sulla tavola come si conveniva, utilizzando strumenti e tecniche che oggi dissuaderebbero parecchi a cibarsene.

Per aggiungere una nota leggiadra al loro operato, i trincianti si dedicavano anche al taglio di frutta e verdura con risultati quasi artistici, da intagliatori raffinati.

Accanto a certe scene un po’ cruente, viste con gli occhi moderni, nelle cucine italiane del 1600 e 1700 si levavano profumi delicati, come quello dell’acqua di rose che spesso veniva utilizzata al posto di quella comune nella preparazione di molte pietanze. Borragine, cedronella e pimpinella venivano largamente impiegate in cucina e i formaggi non erano serviti per ultimi, ma come antipasti per digerirli meglio, spesso cosparsi di zucchero che veniva grattugiato al momento, un po’ come facciamo noi oggi con il grana.

A Galeno, Petronio, Avicenna e Dioscoride, filosofi e medici, si ispiravano gli esperti dell’alimentazione del tempo che consigliavano o meno quel tal cibo o quell’altro vino a flemmatici, colerici o sanguigni. Erano, insomma, i precursori di molti personaggi noti che oggi in TV e su internet diffondono le loro correnti di pensiero e consigli alimentari.

 

 

Il pesciolino rosso viaggia in tram

Pesciolino rosso, simbolo di buona fortuna

Pesciolino rosso, simbolo di buona fortuna

Sono i primi anni ’70. Un bambino ha vinto un pesciolino rosso alle giostre. Si dice che porti fortuna, ma all’ignaro piccolo animaletto acquatico, onestamente, poteva andare meglio. Se davvero la fortuna gli fosse venuta incontro, starebbe nuotando in qualche grande vasca, tra gli zampilli di una fontana. Pazienza, il bambino è contento e fiero del suo trofeo. Si vede che la fortuna l’ha portata a lui e il suo compito era solo quello di regalargliela ..

Vecchio tram modello 28

Vecchio tram modello 28

Il bambino che sta tornando a casa da solo, sale sul tram. Ha in tasca solo i soldi per un biglietto. Arrivato davanti al banchetto del bigliettaio, viene redarguito perchè anche il suo pesciolino rosso deve pagare il biglietto.  Il bambino si rattrista, è costernato. “Ma io non ho i soldi per un altro biglietto” dice al bigliettaio con l’unghia del mignolo allungata, fatta crescere apposta così per meglio sfogliare il blocchetto dei biglietti.

Lì vicino, una mamma con i suoi bambini che avevano quasi la stessa età del piccolo passeggero affranto, si offre per pagare il biglietto al suo compagno di viaggio e così la storia del pesciolino rosso che viaggia in tram ha un lieto fine.

Tram modello Sirietto

Tram modello Sirietto

Fatti, cose e persone qui narrate non sono puramente casuali, ma realmente accadute quando ancora i tram viaggiavano con il bigliettaio a bordo.

Sirietto multicolore

Sirietto multicolore

 

Allora, i tram sferragliavano tutti uguali per le vie della città. Oggi, molti scorrono un po’ più silenziosi su binari rifatti. Hanno un look diverso, a volte alla moda, altre volte un po’ straniero.

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