Dalle stelle alle catacombe

Catacombe a Sant’Eustorgio, Milano

La fretta, si sa, impedisce di notare certi dettagli, anche a chi in certi posti ci è nato e ci vive da sempre. Passando vicino alla Basilica di Sant’Eustorgio, per esempio sarà molto difficile notare solo per caso che sopra al campanile non c’è una croce come ci si potrebbe aspettare. Al suo posto c’è una stella. Del resto, alzare lo sguardo verso l’alto quando si è assorti a guardare dove si mettono i piedi o chi passa accanto oppure il display dello smartphone, come potrebbe essere altrimenti?

Forse ce l’avrà anche raccontato qualcuno un tempo, ma poi l’abbiamo dimenticato. Dimenticato cosa? Ah sì… che quella basilica, essendo collegata al culto dei Re Magi, li ha voluti celebrare anche nel punto più elevato dell’edificio, dove più in alto c’è solo il cielo.

Sorvolando sul lungo corso della storia che ha portato a Milano un po’ di tutto, dai Celti ai Romani, dagli Unni al Barbarossa, che tra l’altro decise di portarsi via le reliquie dei Re Magi come smacco alla città che aveva giusto, giusto devastato, dagli Spagnoli ai Francesi e agli Austriaci.

Al contrario di altri luoghi, Milano non ha conosciuto grandi persecuzioni nel periodo in cui i pagani non erano più tanto pagani, ma non erano ancora autentici credenti. Allora si usava che un luogo all’aperto o un locale della propria dimora veniva utilizzato per il culto degli dei che poi sono diventati solo uno.

La città si sviluppava qualche metro più in basso della superficie attuale. Ecco perché, alla fine, la storia di tante basiliche o edifici religiosi più piccoli, sparsi ovunque  in città, si somiglia.  Nello, specifico, il sito originario di Sant’Eustorgio era stato adibito a necropoli quando ai tempi dei Romani, là si era già fuori città, tra boschi e campagna.

Come si fa a saperlo oggi? Perché dove un tempo si radunava mesta una parte della popolazione, oggi restano le tracce del loro passaggio. Si deve scendere sotto il livello della strada dove sopra sferragliano i tram e nel silenzio totale, ritrovare quel pezzo di storia cittadina, camminando tra i sepolcri, le lapidi e qualche anfora romana.

Negli ambienti bassi, tra le pareti oggi ricoperte di cemento bianco, ci si sente quasi schiacciati dalla mole che li sovrasta. La voci si fanno più basse, un po’ intimorite dalla suggestione che si respira. Qualche attimo di riflessione su come un tempo era la città e poi di nuovo fuori, nella luce di un giorno come un altro, mentre lassù la stella sta sempre a guardare.

 

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Il gusto del bello

Si dice che il gusto del bello, noi italiani, ce l’abbiamo nel sangue, un bello non opulento, ma nemmeno austero. Una bellezza che cerca l’armonia dei colori, delle forme, delle proporzioni e dei volumi.

Un gusto per il dettaglio, frutto di tradizioni secolari che si sono sviluppate nei più svariati settori; dal vetro alle scarpe, dalle stoffe all’edilizia.

Tecniche tramandate da generazioni di abili artigiani che sono sempre più rari e rischiano l’estinzione, ma che per sopravvivere spesso sono costretti a offrire le loro capacità a chi ha le tasche più rigonfie di quattrini. Lo fanno per motivi contingenti, perché chi dovrebbe sostenere e incentivare l’innato gusto italiano per il bello, il più delle volte lo spreca, lo calpesta o, nel migliore dei casi, lo ignora o lo tartassa di gabelle.

Poi ci sono loro: I CREATIVI, un esercito silenzioso che lavora incessante, soprattutto per sé stesso e per pochi intenditori.

Persone che se le incontri per strada, mai più sospetteresti una loro seconda vita parallela.

Tra le vie anonime di un quartiere di periferia, si cela un geometra in pensione che finalmente dà libero sfogo alla sua vera inclinazione, soffocata per anni e anni: la scrittura medievale. Siede allo scrittoio in stile conventuale e riproduce lettere alate, spaziando tra l’oro e i colori vivaci, mischiando segretamente polveri e essenze  come un vero amanuense e che la loro misteriosa mistura non la svelerebbe nemmeno alla moglie.

In una sala da ballo, tra le campagne del nord-est, mai più ti immagineresti che la ballerina di country in terza fila, con gli stivaletti alla texana e il cappellaccio da cowboy, nasconda il delicato passatempo del ricamo veneziano, riproducendo meticolosamente punti dimenticati, in voga secoli fa.

Lo stesso interesse, ma per i ricami in stile liberty, lo coltiva tra le pareti domestiche la dark lady che incontri in coda alla cassa del supermercato sotto casa. Di lei, sempre vestita rigorosamente in nero, non diresti mai che con i colori dei filati ci va a nozze.

A due passi dall’Adriatico, una ceramista tenta nuove tecniche creative, dipingendo legni abbandonati sulla spiaggia dalle onde, mentre c’è chi per non sentire la puzza di plastica e per evitare di indossare la pelle degli animali, si confeziona le borse in stoffa oppure, per risparmiare, taglia e e cuce una giacca con la lana cotta firmata, comprata online a 15,00 euro, quando in negozio la troverebbe bella e pronta a 150,00 euro.

Insomma, chi per necessità, chi per virtù, questo popolo laborioso taglia, cuce, dipinge o inchioda, mentre in sottofondo ascolta Bach, Mozart, Puccini, i Litfiba, il Festival di Sanremo o il TG regionale.

Chi per gusto personale, chi per sfuggire al destino di casalinga disperata, disoccupato inattivo o pensionato alienato, ognuno di loro insegue un sogno, un’idea, un nuovo oggetto da creare. Qualcosa che serva o sia inutile, qualcosa da regalare o tenere per sé.

Qualcosa di unico e bello che lasci una traccia di sé.

 

Accadeva nelle cucine italiane del 1600 e 1700

Natura morta (B. Strozzi)

Natura morta (B. Strozzi)

Quando in Italia  il prezzemolo si chiamava petrosemolo e la casseruola era la cazzarola, chi se lo poteva permettere aggiungeva ai piatti di carne e non solo, molte spezie.

Non quelle spezie a cui siamo abituati oggi per insaporire le pietanze, ma abbondante cannella, zenzero, noce moscata e zucchero che prevalevano sul sale. Solo verso la fine del 1600 inizieranno a prendere piede le cucine locali delle varie nazioni, in cui all’uso indiscriminato delle spezie si preferirà l’utilizzo delle erbe aromatiche.

Tra le spezie più alla moda compariva anche il muschio, non inteso come pianta, ma il prodotto delle secrezioni ghiandolari di un ruminante asiatico simile al capriolo, che a discapito della sua provenienza corporea era molto apprezzato per il profumo che conferiva alle vivande.

Anche allora poteva capitare di iniziare un pasto o una cena con un bel piatto di insalata, quando ci si voleva saziare e non eccedere con le portate che seguivano, solo che spesso l’insalata non veniva lavata per evitare di disperderne il sapore.

Non era raro, quindi, che mangiare l’insalata potesse causare fastidiosi conseguenze, se ad esempio si trovava tra le foglie uno scorpione morto, il cui veleno l’aveva contaminata.

Trattato del trinciante (1639)

Trattato del trinciante (1639)

Cinghiali, cinghialotti, capponi, galline, porcellini da latte e ogni sorta di selvaggina e di pesce veniva minuziosamente tagliuzzata dal trinciante. Una figura di primissimo piano nella preparazione dei banchetti, quasi alla pari del cuoco. Con abilità e destrezza, dissezionava le povere bestiole per presentarle sulla tavola come si conveniva, utilizzando strumenti e tecniche che oggi dissuaderebbero parecchi a cibarsene.

Per aggiungere una nota leggiadra al loro operato, i trincianti si dedicavano anche al taglio di frutta e verdura con risultati quasi artistici, da intagliatori raffinati.

Accanto a certe scene un po’ cruente, viste con gli occhi moderni, nelle cucine italiane del 1600 e 1700 si levavano profumi delicati, come quello dell’acqua di rose che spesso veniva utilizzata al posto di quella comune nella preparazione di molte pietanze. Borragine, cedronella e pimpinella venivano largamente impiegate in cucina e i formaggi non erano serviti per ultimi, ma come antipasti per digerirli meglio, spesso cosparsi di zucchero che veniva grattugiato al momento, un po’ come facciamo noi oggi con il grana.

A Galeno, Petronio, Avicenna e Dioscoride, filosofi e medici, si ispiravano gli esperti dell’alimentazione del tempo che consigliavano o meno quel tal cibo o quell’altro vino a flemmatici, colerici o sanguigni. Erano, insomma, i precursori di molti personaggi noti che oggi in TV e su internet diffondono le loro correnti di pensiero e consigli alimentari.

 

 

Il pesciolino rosso viaggia in tram

Pesciolino rosso, simbolo di buona fortuna

Pesciolino rosso, simbolo di buona fortuna

Sono i primi anni ’70. Un bambino ha vinto un pesciolino rosso alle giostre. Si dice che porti fortuna, ma all’ignaro piccolo animaletto acquatico, onestamente, poteva andare meglio. Se davvero la fortuna gli fosse venuta incontro, starebbe nuotando in qualche grande vasca, tra gli zampilli di una fontana. Pazienza, il bambino è contento e fiero del suo trofeo. Si vede che la fortuna l’ha portata a lui e il suo compito era solo quello di regalargliela ..

Vecchio tram modello 28

Vecchio tram modello 28

Il bambino che sta tornando a casa da solo, sale sul tram. Ha in tasca solo i soldi per un biglietto. Arrivato davanti al banchetto del bigliettaio, viene redarguito perchè anche il suo pesciolino rosso deve pagare il biglietto.  Il bambino si rattrista, è costernato. “Ma io non ho i soldi per un altro biglietto” dice al bigliettaio con l’unghia del mignolo allungata, fatta crescere apposta così per meglio sfogliare il blocchetto dei biglietti.

Lì vicino, una mamma con i suoi bambini che avevano quasi la stessa età del piccolo passeggero affranto, si offre per pagare il biglietto al suo compagno di viaggio e così la storia del pesciolino rosso che viaggia in tram ha un lieto fine.

Tram modello Sirietto

Tram modello Sirietto

Fatti, cose e persone qui narrate non sono puramente casuali, ma realmente accadute quando ancora i tram viaggiavano con il bigliettaio a bordo.

Sirietto multicolore

Sirietto multicolore

 

Allora, i tram sferragliavano tutti uguali per le vie della città. Oggi, molti scorrono un po’ più silenziosi su binari rifatti. Hanno un look diverso, a volte alla moda, altre volte un po’ straniero.

Milano – Dalle cascine ai graffiti (10)

Milano, un parco in cascina

Milano, un parco in cascina

Volenti o nolenti, i rivoluzionari, i cittadini e i borghesi che volevano scacciare gli occupanti austriaci da Milano e dalla Lombardia, dovettero per forza di cose appoggiarsi ad un altro esercito. Nella fattispecie, a quello sabaudo del confinante regno di Sardegna che attraverso fasi alterne in cui le promesse di un appoggio sabaudo alla causa risorgimentale di liberarsi degli austriaci fecero seguito a repentine ritirate e patti segreti con gli stessi austriaci, alla fine Milano venne a far parte del Regno di Sardegna. Il passo fu breve nell’appartenere poi al Regno d’Italia dal 1861. Così, Milano inizia il suo cammino verso l’epoca moderna.

Ci penserà la rivoluzione industriale a trasformare sistematicamente l’assetto rurale che aveva sempre costituito un rilevante aspetto della vita cittadina. Milano si ingrandirà a vista d’occhio, inglobando a partire dagli anni ’60 del 20° secolo  i vicini borghi divenuti ormai un tutt’uno, formando la grande metropoli. Tra periodi alterni si passerà  dagli 80.000/100.000 abitanti della fine ‘300 ai 150.000 del periodo spagnolo per arrivare all’attuale metropoli di 1.300.000 abitanti con un flusso giornaliero di circa 900.000 pendolari.

Milano, evoluzione urbana

Milano, evoluzione urbana

Delle cascine di un tempo resta ben poco oggi in città. Demolite per costruire palazzi e strade, restano solo pochi esemplari che indomiti sopravvivono con qualche campo intorno. In realtà, non sarebbero così poche, considerando che sono centinaia quelle dislocate ai limiti del perimetro cittadino o appena al di là, nei comuni vicini, ormai divenuti un unico con la città di Milano. Di queste centinaia, 58 sono proprietà del comune di Milano che intendeva recuperarle dal degrado a partire dal 2013, in vista soprattutto dell’Expo 2015.

Nel progetto, purtroppo non realizzatosi, le cascine avrebbero riacquistato il loro primario ruolo di ospitalità, attività agricola e  soluzione abitativa. Per questi antichi cascinali si prevedeva un futuro che li avrebbe riconvertiti in bed & breakfast e ostelli di cui Milano ha urgente necessità, attività agricole che sarebbero state svolte nei terreni immediatamente circostanti con vendita di prodotti e, infine, l’utilizzo per la collettività degli spazi risanati. Se il progetto si fosse concretizzato, forse le ultime cascine in città sarebbero state salvate per sempre dalle mire di  avidi pretendenti, ansiosi di lucrare con colate di cemento e vetro, anziché pensare ad un recupero urbanistico.

Quartiere Chiesa Rossa: recupero urbanistico di un ex complesso agricolo

Quartiere Chiesa Rossa: recupero urbanistico di un ex complesso agricolo

A volte capita  che il Miracolo a Milano accada veramente e invece di avanzare con le ruspe, si studiano i modi per riportare alla luce, in chiave moderna, quella dimensione agricola. Dove un tempo razzolavano le galline, oggi ci sono giardini, panchine, servizi di pubblica utilità fruibili da tutti, come ad esempio una biblioteca. Piccole oasi di verde e tranquillità, dove i rumori del traffico arrivano un po’ ovattati e si sente solo lo sferragliare della metropolitana  che scorre al di sotto. Poche fermate e si è in pieno centro.

Questo, probabilmente, non l’avrebbe immaginato nemmeno Leonardo. Vie dove i passanti delle varie etnie mischiano gli accenti, le lingue e i colori di tutti i paesi del mondo confermando che, alla fine, Milano è sempre stata un melting pot, un crogiolo di persone provenienti da luoghi diversi, dai Celti al Barbarossa, dagli spagnoli agli austriaci e ai francesi, seppur con conseguenze diverse. Alla fine, è la latitudine che cambia e anche questo, Leonardo, non avrebbe potuto certo immaginarselo.

Intanto, la grande periferia è lasciata spesso a sonnecchiare e, tranne pochi casi fortunati, i quartieri periferici scivolano in una dimensione sopita, dove qualcuno ogni tanto cerca di ravvivare il grigiore con una bomboletta spray e libera la sua creatività sui muri.

Graffiti urbani

Graffiti urbani

Una specie di moderna “grida” che invece di promulgare una legge vuole urlare al mondo “io ci sono” contro l’anonimato, l’andirivieni affrettato e distratto dei passanti.

Immaginiamola per un attimo, l’altra Milano: pareti lasciate a disposizione degli artisti di strada e dei graffitari …. un po’ come succede nelle vie dei murales a Belfast, piste ciclabili in ogni punto possibile della città …. un po’ come succede a Vienna,  navigli riportati alla luce e percorsi da piccoli battelli ….. un po’ come succede a Bruges, vecchi cascinali salvati dal degrado e riportati al loro stato originale, un po’ come avrebbe voluto realizzare, oltre al comune, anche l’associazione 100 Cascine che promuove la conservazione  e l’utilizzo degli edifici rurali lombardi.

Scorcio invernale a 4 km dal centro

Scorcio invernale a 4 km dal centro

Una città utopistica, forse, ma certamente un’idea da inseguire.

Cosi, finisce, questo percorso in 10 puntate, come sta finendo questo anno e mentre il gelo si impossessa dei campi e dei giardini, si sogna già il tiepido sole primaverile  e i primi germogli, perchè anche a Milano, in primavera, fioriscono le magnolie.

Fine

Magnolie a Milano

Magnolie a Milano

Photo Gallery

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

MURALES 1

 

 

 

 

 

 

 

 

 

MURO 6

Milano – A teatro con Maria Teresa (9)

Maria Teresa d'Austria

Maria Teresa d’Austria

Dopo gli spagnoli, Milano viene assoggettata all’impero austriaco, sotto al quale la città vive importanti riforme, fermento economico e culturale, soprattutto con Maria Teresa d’Austria che regnò per 40 anni. Alla sua figura è legata la storia di uno dei simboli milanesi per eccellenza: il Teatro alla Scala. Al fine di creare un ambiente decoroso per l’arciduca Ferdinando, figlio di Maria Teresa, e la corte fu fatto costruire tra il 1772 e il 1778 Palazzo Reale sulle preesistenti stutture della residenza viscontea che si affacciavano sull’attuale Piazzetta Reale, situata a lato del Duomo.

Palazzo Reale

Palazzo Reale

Il primo teatro che gli austriaci realizzarono si trovava all’interno del cortile di Palazzo Reale, ma essendo la stuttura prevalentemente  in legno fu distrutto ripetutamente da alcuni incendi per poi essere ricostruito e chiamato con diversi nomi. Per la ristrutturazione e l’ampliamento di Palazzo Reale fu chiamato all’opera l’architetto Giuseppe Piermarini che si avvalse della collaborazione dei più famosi decoratori del tempo e a lui si devono numerose altre opere famose situate nel centro di Milano, tra le quali  il cortile di Brera, il progetto del futuro Teatro Lirico e del Teatro alla Scala.  Maria Teresa era notoriamente conosciuta come grande estimatrice della cultura e dell’intrattenimento.

Del resto, gli occupanti austriaci, al contrario dei predecessori spagnoli, favorivano il diffondersi della cultura, fosse solo per favorire  il loro stesso potere imperiale, promuovendo la partecipazione di letterati ed artisti alla vita amministrativa e politica del loro impero, Non a caso, nella Milano di allora non conobbe ostacoli la nascita del pensiero razionale illuminista con esponenti quali Cesare Beccaria, Pietro e Alessandro Verri.

La piccola Milano nel 1734

La piccola Milano nel 1734

Tornando a Maria Teresa, donna tutto d’un pezzo, detentrice di ben nove titoli nobiliari,  pragmatica, risoluta e ben decisa a riformare uno stato e una città lasciati nel caos amministrativo dei periodi precedenti, a lei sono da ricondurre alcune tra le più importanti riforme. Dall’istruzione, con la creazione delle scuole elementari statali alla regolamentazione dei rapporti tra Stato e Chiesa, limitando i poteri di quest’ultima, ma particolarmente rilevante fu la riforma amministrativa e fiscale.  Le nuove leggi, promulgate anche attraverso le “grida”  che il banditore proclamava ad alta voce in pubblico, metodica già utilizzata nel periodo spagnolo, spaziavano in tutti gli ambiti della vita economica della città. Stabilivano le regole, ad esempio, per la coltivazione di mais, granoturco e cereali ancora presente nell’ambito cittadino e l’allontanamento per ragioni di salute pubblica delle risaie all’esterno dell’abitato, piuttosto che l’ammenda per far pascolare capre e pecore in città senza permesso.

Tramite un capillare censimento fu riorganizzato  il Catasto, che recensiva  tutte le proprietà,  i terreni privati ed ecclesiastici, rivalutandone il valore. La riscossione delle tasse  sarebbe avvenuta direttamente da parte dello stato accentratore e non più tramite intermediari che spesso sottraevano alla fonte la loro parte.

S.Maria della Scala

S.Maria della Scala

Come si è detto, quando Maria Teresa non era affaccendata in questioni di Stato si dedicava all’intrattenimento culturale e al divertimento. Dopo l’ultimo incendio del teatro a Palazzo Reale, Maria Teresa decise di far costruire un vero e proprio teatro nel sito precedentemente occupato dalla chiesa di Santa Maria della Scala fondata nel 1381 dedicata a Regina della Scala, moglie di Bernabò Visconti. La chiesa, ai tempi diroccata,  fu completamente demolita e al suo posto sorse la Scala, inaugurata nel 1778 con il nome di “Nuovo Regio Ducal Teatro”. La facciata in stile neoclassico del Piermarini, con il portico per le carrozze, celava all’interno l’ambiente sontuoso composto da 5 file di palchi, luccicante di specchi e innumerevoli lumi ad olio. Proprio i lumi ad olio costituirono una novità per la città, perchè vennero introdotti esattamente nel periodo austriaco per illuminare le vie, soppiantati poi dai lampioni a gas.

Teatro alla Scala in un quadro d'epoca

Teatro alla Scala in un quadro d’epoca

Nel teatro, la platea conteneva 600 posti e fino al 1891 un ampio spazio senza sedili fissi veniva usato per i balli e le feste. I palchi erano privati e i proprietari li potevano arredare secondo il loro gusto personale. Inoltre, potevano essere chiusi da tende. Particolare, questo, che scatenava numerosi pettegolezzi sul cosa vi si svolgeva al loro interno. A teatro non si andava solo per assistere agli spettacoli, ma anche per giocare d’azzardo, permesso solo nei teatri e ben tollerato, in quanto contribuiva a raccogliere i fondi necessari per la gestione del teatro stesso. Nel 1936 La Scala venne interamente ristrutturata, ma pochi anni dopo fu rovinosamente distrutta dai bombardamenti della seconda guerra mondiale, come la vicina Galleria Vittorio Emanuele. Fu solo nel dopoguerra che il teatro venne di nuovo ricostruito quasi interamente come prima. Nei primi anni 2000 l’attività della Scala fu trasferita al Teatro degli Arcimboldi  per permettere i nuovi lavori di ristrutturazione. Il palco, vecchio di cent’anni, è stato trasformato e l’impianto scenico ingrandito, racchiuso ora nella nuova torre sul lato posteriore del teatro.

Teatro alla Scala, interno

Teatro alla Scala, interno

L’impatto visivo della nuova struttura, posta in posizione arretrata rispetto alla facciata neoclassica, ha perseguito l’intento di evidenziare le diverse epoche storiche della Scala. Il nuovo palco è largo 22 mt, profondo 34 mt con un retropalco di 23 mt. Per migliorare l’acustica è stata realizzata una nuova fossa per l’orchestra, rifatto il pavimento della sala del teatro e i rivestimenti interni dei palchi. E’ stato riportato alla luce l’antico pavimento in cotto e marmorino dei palchi, delle scale e dei corridoi, precedentemente ricoperto da moquette. Sette palchi, un tempo privati, sono stati ristrutturati, valorizzando le antiche decorazioni ottocentesche e le sfarzose specchiere, come quelle del palco del Piermarini.

Come sempre, dal soffitto sobriamente decorato scende l’enorme lampadario in cristallo, composto da 400 luci.

Tranne il ventennio di dominazione francese dal 1796 al 1814, gli austriaci resteranno a Milano fino alla metà del 19° secolo dopo che la città insorgerà con i moti del 1848 e le Cinque Giornate di Milano, esternando il malcontento della popolazione e la protesta dei mazziniani, dei democratici riformisti e della borghesia contro l’assolutismo austriaco impersonificato dal Generale Radetzky e la pesante pressione fiscale. In seguito, Milano passerà a far parte del Regno di Sardegna  e poi del Regno d’Italia  nel 1861.        Continua  ……

Le barricate del 1848

Le barricate del 1848

Gli austriaci alla Scala

Milano – Le speranze disilluse del Milanesado (8)

Mura spagnole a forma di stella

Con l’allontanamento in Francia di Ludovico il Moro nel 1500, finisce la vita spensierata fatta di feste, giochi e opulenza alla corte ducale del Castello Sforzesco. Tra alleanze alterne e combattimenti che causarono nel 1521 la distruzione della Torre del Filarete, inconfondibile dettaglio del complesso fortificato, gli spagnoli insediarono al Castello un figlio di Ludovico il Moro, ultimo erede degli Sforza, con il nome di Francesco II. Oltre al Ducato di Milano, il dominio spagnolo si affermò in Italia con il Regno di Napoli, Sicilia e Sardegna.

Resti di una strada spagnola sopraelevata

Nonostante gli spagnoli rimasero a Milano per quasi 2 secoli, dal 1535 al 1706, non si può certo affermare che la città visse nell’orbita di quel “siglo de oro” che la terra ispanica ebbe la fortuna di sperimentare. Un secolo d’oro a cui Milano fu solo concesso di assistere da lontano, con un primo periodo di relativa prosperità, seguito da un altrettanto lungo intervallo di decadenza e declino. Della dominazione spagnola restano oggi in città  i resti delle mura spagnole, ideate dal primo governatore  Antonio de Leyva, bisnonno di Marianna de Leyva, meglio nota come la Monaca di Monza immortalata dal Manzoni nei Promessi Sposi. L’intento era quello di fornire alla città un efficiente strumento difensivo e furono costruite tra il 1546 e il 1560 da Ferrante 1° Gonzaga, realizzando una strada che le percorreva sulla sommità per 11 km.

Altre mura difensive, furono opera  degli spagnoli a Milano che ampliarono  il perimetro del Castello Sforzesco racchiudendolo in una cinta muraria a forma di stella a 6 punte, lunga 2 km. All’interno brulicava la vita di una vera e propria cittadella fortificata, provvista di negozi, stalle, serbatoi per l’acqua, abitazioni, chiese, magazzini, arsenali e perfino un ospedale. Poche tracce dell’ampliamento sopravvivono oggi, in quanto il perimetro fu nel tempo sistematicamente smantellato in più riprese confermando la tradizionale attitudine di una città che ha continuato per secoli a costruire e a demolire per poi ricostruire.

Antonio de Leyva, primo governatore spagnolo a Milano

Del resto, gli spagnoli si erano impossessati di  Milano con due aspettative principali: una era, appunto, quella di difendersi e a questo scopo non esitavano ad imporre tasse elevate per sopperire alle relative spese. Una difesa che a volte diventava strettamente locale, come quella contro i briganti che popolavano le fitte boscaglie proprio ai limiti della città. Famosa è la banda dei briganti del bosco della Merlata, nella zona nord-ovest di Milano, sconfitta proprio dagli occupanti spagnoli che non rinunciarono ad utilizzare  le peggiori torture sui prigionieri. L’altra prerogativa era quella di sviluppare il commercio e gli scambi nella speranza di innalzare il Ducato di Milano o Milanesado come veniva chiamato, al ruolo di grande protagonista sulla scena economica. Per questo motivo, nel 1603 fu costruita la Darsena, considerata il porto di Milano. Attraverso i Navigli e il fiume Ticino che si immette nel Po, lo sbocco verso il Mare Adriatico di una flottiglia di imbarcazioni sarebbe stato assicurato, ma non si fecero i conti con una serie di circostanze sfavorevoli.

Innanzittutto, la scoperta delle Americhe aveva portato i flussi commerciali verso altre rotte, quelle d’oltreoceano, mettendo in secondo piano quelle europee. Il resto lo giocò la Guerra dei 30 anni che coinvolse quasi tutta l’Europa tra il 1618 e il 1648, le cui conseguenze si fecero sentire anche nel nord Italia e, come se non bastasse, il flagello peggiore: la peste.

170 lunghi anni, quindi, in gran parte gravati da un fardello pesante da sostenere. Così, per sopperire alle mire difensive, scorazzarono per Milano e la Lombardia soldati e mercenari di ogni tipo, portando con sè il nemico invisibile della peste. Milano ne fu colpita almeno due volte, tra il 1576 e il 1577, ma fu l’epidemia che si sparse in città dal 1629 al 1632 la più terribile. La cittadinanza ne uscì letteralmente decimata, ridotta della metà, sebbene sia difficile fare una stima precisa. Mentre chi poteva scappava dalla città, al di là delle mura spagnole venivano seppellite le vittime contagiate. A volte capita che durante i lavori di scavo per un parcheggio, riaffiorino oggi i resti di quelle persone sepolte in tutta fretta in grandi fosse comuni. Questo è successo, ad esempio, qualche anno fa nei pressi di Piazza Medaglie d’Oro, a Porta Romana.

Carlo Borromeo

Pagine tristi di storia cittadina, per le quali già allora si cercavano stratagemmi per sopravvivere, caso mai si fossero ripresentate. Questo, probabilmente, pensò Carlo Borromeo al termine della peste del 1630, quando fece costruire un passaggio sotterraneo che collegava l’Arcivescovado al Duomo, uscendo nella sacrestia meridionale per evitare la possibilità di contrarre un contagio passando all’esterno. Oltre a questa modifica, Carlo Borromeo intraprese altre innovazioni al Palazzo dell’Arcivescovado con  la collaborazione del Pellegrini, rendendolo uno dei più importanti edifici del tardo Rinascimento a Milano. Furono modificati i portici del cortile, creati alcuni saloni austeri al primo piano e realizzate le prigioni. Le celle vennero chiamate ognuna con il nome di un santo e rimasero pressochè uguali fino al secolo scorso. Ancora visibile nella sua forma originaria è la Rotonda del Pellegrini sul lato posteriore dell’Arcivescovado che ospitava le scuderie.

Foto d’epoca: cortili dell’Arcivescovado

Qualche altro segno del passaggio spagnolo in città lo si ritrova nel dialetto milanese. Considerando che  il periodo della dominazione spagnola coincise anche con un clima più freddo del solito e temperature invernali molto rigide, tanto che nelle campagne i carri trainati dai cavalli potevano attraversare i corsi d’acqua ghiacciati, si poteva correre il rischio di “scarligà” (scivolare), termine dialettale di origine spagnola. Questa, come altre parole tra cui  dare del “tarlücch” a qualcuno per apostrofarlo da sciocco, dallo spagnolo “tarugo”, ma anche procurarsi dei “tumatis” , i pomodori, dallo spagnolo “tomates”, il “safràn”, dallo spagnolo “azafràn” (zafferano) sono piccole eredità linguistiche di un dialetto, sempre più raro da ascoltare.

Altre parole di altri occupanti hanno lasciato la loro traccia nel dialetto milanese, la lingua ampiamente utilizzata dalla gente comune fino a qualche decennio fa. Gli austriaci, ad esempio, ai quali la Spagna cederà alla fine il Milanesado nel 1713.             Continua …….

Siglo de Oro

Milano – Sui Navigli con Leonardo, alla scoperta di una città d’acqua (7)

Lungo i Navigli, in battello

Sotto Ludovico il Moro vengono chiamati a Milano Bramante e Leonardo da Vinci che sul finire del ‘400 affresca diverse sale della residenza ducale tra le mura del Castello Sforzesco. La Sala delle Asse viene affrescata da Leonardo con elementi decorativi che hanno come tema frutta, vegetali, radici e rocce.

Sala delle Asse

Inoltre, nel 1455 venne aggiunto al lato destro della corte ducale un piccolo passaggio scoperto, chiamato Ponticello,  che collegava il palazzo ducale alla strada coperta della Ghirlanda. Ludovico il Moro lo fece poi trasformare in appartamento privato, il cui soffitto fu originariamente decorato da Leonardo. Per giorni Ludovico si isolerà disperato nel piccolo appartamento a piangere l’improvvisa scomparsa della giovane moglie Beatrice d’Este morta di parto prematuro, pare, dopo aver partecipato fino a tarda notte ad una delle tante sfarzose feste di corte con musiche e danze che si tenevano al castello.

Cecilia Gallerani, la Dama con l’Ermellino

La grande devozione alla moglie, non impedì tuttavia a Ludovico di dedicarsi alla bella Cecilia Gallerani, meglio nota come la Dama con l’Ermellino, ritratta da Leonardo in un celebre dipinto. A lei, Ludovico regalò Palazzo Carmagnola, oggi in Via Dante a pochi passi dal Castello Sforzesco. La favorita di Ludovico, donna intellettualmente vivace, fece diventare la residenza una sorta di salotto intellettuale.

Alla ventata di fermento artistico di questo periodo contribuirono altri artisti che affrescarono, con le raffigurazioni delle  imprese di Francesco Sforza la famosa Sala della Balla, così chiamata perché utilizzata per il gioco della palla. Nel 1490, in occasione del matrimonio  di Gian Galeazzo Sforza con Isabella d’Aragona arrivata a Milano attraverso i Navigli sul Bucintoro, la nave decorata in oro utilizzata dai Dogi di Venezia e seguita da un corteo di lussuose imbarcazioni, fu organizzata al Castello Sforzesco una festa talmente sontuosa da essere ricordata come la più celebre del secolo.

Il Bucintoro

La coreografia della festa tenutasi nella Sala Verde del Castello fu opera di Leonardo e raggiunse il suo apice  con la rappresentazione del Paradiso, costituita da un grande mezzo uovo ricoperto d’oro all’interno, luccicante di lumi che rappresentavano le stelle e i pianeti.

Con Leonardo la città conosce una delle pagine più importanti della sua storia: quella di una città che tentò di sopperire alla mancanza di uno sbocco fluviale, diventando a suo modo una città d’acqua. Alla storia dei Navigli, i canali artificiali che attraversavano la città le cui origini risalgono al 1179 ed oggi sono visibili solo in parte, l’apporto di Leonardo fu essenziale, permettendo lo sviluppo di una rete navigabile dotata di chiuse e conche. Infatti, fu a partire dalla fine del ‘400, dapprima con Francesco Sforza e poi con Leonardo giunto a Milano nel 1482,  che si costruirono in 35 anni 90 km di percorsi navigabili che avrebbero poi collegato la città al Lago di Como, attraverso il fiume Adda e il Naviglio della Martesana.

Navigli al tramonto

Più tardi, nel 1805 con Napoleone, si sarebbe ultimato il Naviglio Pavese che permetteva di raggiungere il mare da Milano verso Pavia ed immettersi nel fiume Po. Attraverso le acque del fiume Ticino  e del Naviglio Grande, Milano era collegata al Lago Maggiore. Inoltre, altri tratti navigabili che oggi si vorrebbero recuperare, giaciono nascosti, interrati e coperti dall’asfalto nel centro della città, ad esempio quelli corrispondenti alla circonvallazione interna. Un pezzo di quei navigli nascosti, lo si trova oggi al Parco Sempione, la grande area verde adiacente al Castello Sforzesco. Un ponte in ferro che prima attraversava il Naviglio in Via Visconti di Modrone, in pieno centro città, fu portato lì e chiamato il Ponte delle Sirenette o delle Sorelle Ghisini. Quattro statue di sirenette in ghisa lo adornano,  spuntando come creature surreali tra gli alberi.

Le sorelle Ghisini a Parco Sempione

Oggi, Leonardo può essere avvicinato in una sezione del Museo della Scienza e della Tecnica, dotata di area didattica appositamente dedicata al grande genio.

Ma i Navigli a Milano portano con sé altri frammenti di vita un po’ più recenti che sopravvivono in parte nel piccolo angolo caratteristico di Vicolo dei Lavandai,  simbolo di una consuetudine durata ben 150 anni.

Vicolo dei Lavandai

Dalla fine del 1800 al 1950, infatti, lungo i Navigli si raccoglievano le lavandaie a lavare il bucato delle famiglie benestanti, in cambio di piccoli guadagni. Inizialmente, erano gli uomini a svolgere l’umile attività di lavare i panni dei ceti più abbienti. Successivamente, il lavaggio del bucato lungo i Navigli divenne prerogativa del lavoro femminile.

Per questo, ed altro ancora, i Navigli hanno costituito un aspetto preponderante e variegato nella storia di Milano. Da importante via d’accesso alla città alle gite romantiche fuori porta in barca di fine ‘800 e l’atmosfera popolare di chi nella prima metà del’900, non potendosi permettere un soggiorno al mare, si tuffava e nuotava nei Navigli. Da mezzo alternativo per il trasporto delle persone e delle merci, poi soppiantato dal trasporto su ferrovia e strada, fino all’attuale presenza dei numerosi locali che fanno dei Navigli una zona di intrattenimento soprattutto serale.

Acqua sotto Milano

Quindi, anche a Milano intesa come città d’acqua, non poteva mancare un suo porto, rappresentato dalla Darsena che occupa una parte dell’originario bacino realizzato sul preesistente laghetto di S. Eustorgio.  Costruita nel 1603 durante l’occupazione spagnola, la Darsena ha costituito in passato un centro nevralgico in cui transitavano imbarcazioni e merci. Nel 1800 si contavano oltre 8.000 imbarcazioni all’anno che trasportavano a Milano oltre 350.000 tonnellate di merci, rendendola il porto fluviale più importante d’Italia. Il Dazio, i cui edifici restano a testimoniare il vivace passato, si trovano oggi nel bel mezzo di Piazza 24 Maggio.

Una piazza in cui trionfa l’arco della Pace detto anche di Porta Ticinese, voluto da Napoleone nel 1800 per celebrare l’entrata delle truppe francesi a Milano a seguito della vittoria di Marengo sugli Austriaci, Una piazza, oggi, immersa nel traffico e tra le rotaie dei tram che la attraversano, ma un tempo circondata dalla campagna, ricolma di fontanili.

Marcita

Un territorio, quello cittadino, privo di veri fiumi se non fosse per l’antico Nirone, lungo alcuni km e dalla portata impetuosa, che arrivava in città fino al Castello Sforzesco, poi completamente interrato. Intorno, le campagne sarebbero successivamente apparse come una rete di campi fertili e canali,  dove si sperimentò la coltivazione a “marcita”. Con questa tecnica si impediva all’acqua nei campi di gelare  facendo scorrere costantemente l”acqua sulla superficie, gettando le basi per la realizzazione delle risaie e della vocazione agricola di Milano e dei suoi borghi.

Immaginare che tanta acqua arrivi dalle origini geologiche del sottosuolo rievoca la presenza del mare che si trovava sotto la città, le cui tracce nelle forme di fossili e conchiglie scoperte a 255 mt di profondità, sono esposte al Museo di Storia naturale. Un sottosuolo tuttora ricco di acque e una falda acquifera che tende sempre di più a salire, su cui Milano riesce in qualche modo a galleggiare.       Continua…………….

Atmosfere d’altri tempi sui Navigli


Milano – Il Castello di Porta Giovia, dai Visconti agli Sforza (6)

Castello Sforzesco

Mentre era in cantiere la costruzione del Duomo, un altro luogo iniziava ad acquisire quell’importanza che lo avrebbe poi legato indissolubilmente alla storia di Milano. E’ il Castello Sforzesco, oggi circondato da palazzi eleganti e da un grande traffico, ma ai tempi immerso nella campagna. Alle sue spalle di estendeva una grande area verde, costituita da giardini, campi e boschi, utilizzata come riserva di caccia che copriva parte dell’attuale Parco Sempione.

Poco meno di 1 km lo divide dal Duomo e la sua storia inizia quando Galeazzo Visconti lo fece  costruire nel 1358 per scopi puramente difensivi e militari, come costruzione fortificata chiamandola Castello di Porta Giòvia o Zòbia. Nei decenni in cui i Visconti governarono la città, il Castello fu oggetto di continue opere di fortificazione, ma non fu, insieme al Duomo, la sola ambizione architettonica dell’intraprendente casata.

Il Biscione, simbolo dei Visconti

Per salvare dal degrado la zona centrale di Milano, Giovanni Visconti fece costruire a partire dal 1339  il Palazzo dell’Arcivescovado sul lato destro di Piazza Duomo, su un’area molto più vasta di quella attuale che comprendeva altri due isolati retrostanti. Ancora oggi, sulla facciata che guarda verso il Duomo, si nota lo stemma dei Visconti costituito dall’inconfondibile Biscione, mentre alcuni disegni geometrici sulla parete meridionale e i finestroni sono sopravvissuti come elementi originari di quel periodo alle continue trasformazioni architettoniche dell’edificio.

Via delle Ore, la Rotonda del Pellegrini

Una delle successive modifiche si può ancora notare sul lato retrostante dell’Arcivescovado con le antiche scuderie situate nella Rotonda del Pellegrini, in Via delle Ore, rimasta conforme all’originale 500esco.  Infatti, si possono ancora distinguere i due piani, uno utilizzato per i cavalli e l’altro per i muli. Erano inoltre presenti un grande ambiente a volta per i fienili, il pozzo e la scala a chiocciola.

I Visconti, però,  non lasciarono alla fine alcun erede e fu il loro capitano, Francesco Sforza, a prendere in mano il potere ed avviare un altro periodo cruciale per Milano. Sotto di lui, si intensificarono le migliorie al Castello di Porta Giòvia  a cui Francesco Sforza volle aggiungere l’aspetto decorativo, abbellendolo con grandi finestroni in cotto, decorazioni e ampi spazi sotto la direzione dell’architetto Il Filarete, autore della grande torre sulla facciata principale, ricostruita poi da Luca Beltrami. Francesco Sforza  fece costruire una seconda cerchia di mura, la cosiddetta Ghirlanda, sul lato verso il parco.

Il cortile della Rocchetta

Una strada coperta portava dal cortile della Rocchetta  al recinto della Ghirlanda e verso la campagna. Una fila di piccole finestre con inferriate sul lato del parco, indicano oggi l’antico passaggio coperto.

Durante i lavori di riqualificazione del Castello, Francesco Sforza risiedeva ancora nell’antica dimora viscontea nei pressi del Duomo, circondato da uno stuolo di servitori e personale di corte. Con Galeazzo Maria Sforza, figlio di Francesco, la corte si trasferisce definitivamente al Castello. La corte ducale era situata nella parte del Castello che dà sul parco, protetta dalla struttura quadrata della Rocchetta. Nel 1476, a seguito dell’assassinio di Galeazzo Maria e per sfuggire all’assedio dei cognati, la moglie Bona di Savoia con il figlio Gian Galeazzo si rinchiuse nella Rocchetta e si fece costruire una torre massiccia in cui rifugiarsi.

Torre di Bona di Savoia

Perfettamente conservata e nota come la torre di Bona di Savoia, è tuttora visibile e situata nell’angolo della Rocchetta, verso il lato sinistro  della corte ducale. Scesa a patti con uno dei cognati, Ludovico il Moro, Bona di Savoia si trasferisce ad Abbiategrasso e il figlio Gian Galeazzo Sforza riconosce Ludovico il Moro come suo tutore che prende ufficialmente il potere nel 1494.

Così si dipana come una trama la storia di un castello che non manca di intrighi, fatti violenti, prosperità e decadimento, lussuose feste di corte, ma anche di leggende che parlano di  fantasmi aggirarsi ancora nei sotterranei e nel parco.          Continua …..

Il Castello Sforzesco dipinto da B. Bellotto nel ‘700

 

Milano – Gian Galeazzo Visconti e gli UFO (5)

Gian Galeazzo Visconti ritratto da Pisanello

Gian Galeazzo Visconti ritratto da Pisanello

Nel periodo successivo alla disfatta del Barbarossa, Milano assiste alle lotte interne per l’egemonia politica della città, finchè nel 1277 si impone la famiglia dei Visconti che si affermò fino al 1400. La vita economica della città conosce un costante progresso e nel 1395 Milano diviene Ducato sotto la medesima Signoria.

Milano, il Duomo

Milano, il Duomo

Fu in questo periodo che si iniziò la costruzione del Duomo, esattamente nel 1386, ma ultimato alcuni secoli dopo, nel 1813. Per le lunghe vicessitudini nella costruzione della cattedrale si coniò, quindi, l’espressione dialettale ” l’è lùng cum la fabrica del dòm”  per indicare qualcosa di perennemente incompiuto.

Fu Gian Galeazzo Visconti il promotore della ciclopica impresa architettonica che pone il Duomo al 4° posto tra le chiese più grandi in Europa, dopo S.Pietro in Vaticano, Saint Paul a Londra e la Cattedrale di Siviglia. Un colosso di marmo con una superficie interna di 8.000 mq, alto 108,5 mt, lungo 158 mt, con 169 finestroni a vetrata, 135 guglie, 3500 statue e 150 pluviali decorati con figure grottesche.

In quel tempo, la residenza dei Visconti era costituita da palazzi, giardini e serragli per le bestie esotiche situata proprio accanto al futuro Duomo, sul lato destro tra Piazzetta Reale e Via Larga.  Nel punto in cui oggi sorge il Duomo esistevano due chiese attigue, Santa Tecla e Santa Maria Maggiore che venivano frequentate, rispettivamente,  una nella stagione mite e l’altra nella stagione invernale. Santa Maria Maggiore, infatti, era più piccola e maggiormente riscaldata dalla presenza dei fedeli.

I sotterranei del Duomo

Sotto ai gradini dell’attuale sagrato sono conservati e visitabili i resti dell’antico battistero paleocristiano del 4° secolo, appartenuto alla chiesa di Santa Tecla.

Il battistero, noto come di S. Giovanni alle Fonti fu verosimilmente utilizzato da Ambrogio, vescovo di Milano, per battezzare S. Agostino nel 387 ed è accessibile dall’interno del Duomo per mezzo dell’ingresso accanto al portone centrale.

Nel 1386, dopo il secondo crollo del campanile che dominava le due chiese si iniziò a costruire intorno  a Santa Maria Maggiore il nuovo Duomo a croce latina in marmo di Candoglia, località nei pressi del Lago Maggiore. Il marmo, dal colore bianco-rosato con venature grigie, veniva trasportato per mezzo di barconi sul fiume Ticino e raggiungeva Milano attraverso il Naviglio Grande.

Via Laghetto in una foto d'epoca

Via Laghetto in una foto d’epoca

Sempre per via fluviale, veniva trasportato fino alle immediate vicinanze dell’attuale piazza Duomo, oggi Via Laghetto, così chiamata per via di un laghetto artificiale fatto scavare appositamente per i lavori di costruzione del Duomo e successivamente interrato nel 1857 per ragioni di salute pubblica. Dal laghetto, il marmo veniva caricato sui carri e raggiungeva la Fabbrica del Duomo per essere lavorato.

In considerazione dell’ambizioso e nobile utilizzo a cui veniva destinato il marmo, Gian Galeazzo lo esenta dai dazi doganali e viene contrassegnato con la sigla A.U.F. che significa “ad usum fabricae”, successivamente modificata nel linguaggio comune  ” a ufo” ed usata per indicare l’utilizzo di qualcosa in modo gratuito e alle spalle degli altri, ad esempio “mangiare ad ufo”. Gian Galeazzo non poteva certo immaginare che la sigla sui blocchi di marmo si sarebbe così trasformata  evocando in epoca moderna anche un Unidentified Flying Object.

Ad Usum Fabricae

Ad Usum Fabricae

Continua ……..

Duomo di Milano

Voci precedenti più vecchie

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