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Vacanza in tenda e di prossimità

Di questi tempi se ne continuano a vedere e sentire delle belle, inutile negarlo. A meno che non si appartenga a quel gruppo (quanto esteso non si riesce a capire) che tanto è tutto finito, acqua passata, parlarne porta solo rogna, l’estate – questa estate in particolare – porta con sé la solita domanda: dove si va? Ma soprattutto, come e se si va?

Sì, perché se da una parte c’è chi vuole a tutti i costi andare per una settimana a visitar musei nella capitale di un paese del nord, il cui sito non prescrive nemmeno l’uso della mascherina, ma solo consiglia di lavarsi bene le mani e distanziarsi di 1 metro, c’è lì pronto qualcun altro ad affollare la stessa spiaggia e lo stesso mare di sempre.

Altri, forse, sceglieranno la montagna per stare all’aperto e poi dormire in rifugio, luogo notoriamente ampio, dotato di molti bagni e camere che facilitano il distanziamento…

Forse, la capitale del nord verrà teletrasportata su Plutone dopodomani e non ci sarà più un’altra occasione per visitare i suoi musei ricchi d’arte. Forse, lo stesso mare e la stessa spiaggia non sono più gli stessi se non li si frequenta anche quest’anno. Forse, i grappini al rifugio che si raggiunge anche in macchina sono una nuova esperienza, mai provata prima né che si potrà sperimentare in futuro. Qualcuno, troppo distratto dalla quotidianità e ancora in guardia seppur démodé, se l’è fatto sfuggire, evidentemente.

Ad ogni modo, non volendo rinunciare in toto a un meritato periodo all’aria aperta, una delle possibilità più sensate potrebbe essere quella di scegliere una località vicina, o di prossimità, come va di moda dire oggi.  Poi, procurarsi una tenda confortevole con una spesa non eccessiva che si aggira dai 200 euro ai 400 euro, a seconda di quanto spaziosa la si desideri.

Ogni regione italiana ha una sua normativa sul campeggio libero. Basta informarsi, per es. presso il comune dove si vuole soggiornare. Per il resto, c’è sempre l’acqua del torrente e il bosco per le necessità primarie, ma anche la possibilità di montare una cabina doccia, alimentata da apposita borsa di acqua riscaldata dal sole.

Utensili, brandine ecc. si recuperano dalle vacanze precedenti o si chiedono in prestito, previa igienizzazione prima e dopo, naturalmente e tanto per restare in tema.

E poi, che si fa con la tenda reimpacchettata?

Al massimo, si userà per una prossima vacanza alternativa, forzata o meno.

 

In ricordo…

Focaccia con aromi e farina di ceci, in padella

Focaccia con farina di ceci e farina integrale di grano tenero

Focaccia con farina di ceci e farina integrale di grano tenero

Ispirata alla tradizionale farinata di ceci, questa focaccia molto sostanziosa può essere gustata “liscia” o farcita, a seconda dei gusti personali.

Ingredienti:

70 gr di farina di ceci – 70 gr di farina integrale di grano tenero, macinata a pietra – aromi a volontà: timo, maggiorana, origano ecc.- olio di oliva – sale – acqua – cremor tartaro – bicarbonato di sodio

Preparazione:

Mischiare le due farine con cura. Aggiungere gli aromi spezzettati, il sale,  il cremor tartaro (qui una bustina intera) unitamente a un cucchiaino abbondante di bicarbonato. Ultimare l’impasto con un paio di cucchiai di olio d’oliva. Incorporare acqua tiepida, fino ad ottenere una pastella molto densa. Mescolare il tutto con cura.

Su una piastra elettrica, porre un tegame antiaderente (dotato di un buon spessore), unto con olio di oliva. Far scaldare e versare l’impasto, livellandolo bene.

Coprire e cuocere per circa 20 / 30 minuti, preferibilmente su una piastra elettrica, finché risulti lievitata oltre che ben dorata e croccante alla base.

Servirla così com’é o guarnita in superficie, per es. con prosciutto di Parma tagliato a listelli e cubetti di formaggio Asiago.

Il sapore intenso della farina di ceci viene attenuato dalla presenza dell’altra farina.

 

 

Tutto considerato

Tiglio

Nei giorni di ritrovata libertà, più o meno totale, anche il tiglio sembra avere un profumo diverso.  Mentre aleggia nell’aria, ci si chiede se magari “prima” non lo si notava, perché era sempre stato lì, a fare il tiglio, appunto. 

Ma “dopo”, vale a dire, sciolte le briglie della prigionia forzata da quarantena, che i quaranta giorni li ha superati, certe cose appaiono un po’ diverse e non più così scontate. Anche il profumo di una pianta che magari non si apprezzava particolarmente. 

Inutile fingere che certi eventi non lascino il segno, anche quando sembrano alle spalle, o si vogliono dimenticare per superficialità, distrazione e perché va così.

Tirando le somme tra morti, feriti e sopravvissuti, tra sondaggi, dati e bollettini, tra previsioni e avvertimenti che il nemico invisibile è ancora lì, pronto a fare la sua ricomparsa, seppur sfiancato e meno aggressivo, ci si chiede cosa resta.

Cosa resta quando si fanno quattro conti che nella media non tornano più?  Almeno,  “prima” tornavano. Poco, forse, ma tornavano. 

Cosa resta delle lezioni che non si tengono più dal vero? Da bambini, quando cominciava a insinuarsi dalle finestre aperte il profumo della primavera e dell’estate, non si vedeva l’ora di poter uscire fuori, negli spazi all’aperto che offriva la scuola. Il grande cortile, le terrazze, il giardino sembravano territori da scoprire, ma solo ogni tanto.

Oggi, perché non trasformarli in un’opportunità quotidiana, considerando che la stagione inviterebbe a farlo?

Classi dimezzate con alunni, studenti e insegnanti mascherati come banditi del Far West, che partono all’attacco della diligenza  a giorni alterni, tra banchi distanziati su grandi terrazze, sotto i porticati, al parco, nei campetti di calcio o pallacanestro. Ogni luogo, dove lo spazio consenta il distanziamento fisico e la massima areazione, potrebbe tornare utile. A patto che lo si voglia immaginare, valutare e realizzare nella pratica. 

In fin dei conti, lo stesso criterio, potrebbe valere anche in altri frangenti, purché chi lo occupi stia alle regole del rispetto di sé stessi e degli altri. 

Tutto fa, piuttosto che scomparire tra le mura di casa, le cifre di un sondaggio o nella rassegnazione.

 
 

Donne con le ali: Amelia Earhart

Amelia Earhart (Atchison, 24 luglio 1897 – Oceano Pacifico, dispersa il 2 luglio 1937)

Amelia Earhart (Atchison, 24 luglio 1897 – Oceano Pacifico, dispersa il 2 luglio 1937)

Se ogni vita è speciale a modo suo, quella di Amelia Earhart, lo è stata ancora di più. Nata nel Kansas nel 1897 e cresciuta secondo i classici canoni vittoriani, scoprì a 23 anni che il volo, e non un matrimonio tradizionale, era la sua vera vocazione. Forse, per scongiurare la noia e il timore che non potesse mai accadere nulla di nuovo.

La ispirarono i voli acrobatici degli aerei in legno e stoffa a cui aveva assistito per la prima volta, in compagnia del padre.

Amelia Earhart

Amelia Earhart

Risoluta, si mise a guidare i camion per mettere da parte i soldi e prendere il brevetto di pilota, seguito poi dall’acquisto del suo primo aeroplano. Anni dopo, riuscì a comprarne un altro, questa volta, un bimotore costruito in metallo, che fece dipingere di giallo fiammante.

Se non fu la prima vera donna pilota, preceduta da altre che all’inizio si erano perfino avventurate da sole in mongolfiera, fu in ogni caso la prima a osare imprese mai realizzate fino ad allora.

All’insegna del motto “Voglio tutto e sempre” e confidando sempre nella fortuna, nel 1928 fu la prima donna pilota ad attraversare  l’Atlantico e nel 1932 la prima ad effettuare un volo coast-to-coast con partenza e arrivo a New York.

Infine, inseguì il sogno di fare il giro del mondo, volando sopra l’equatore.

Nonostante mesi di addestramento, l’impresa fallì. Si persero le sue tracce a due terzi del tragitto, esattamente a 4.500 km dalla Papua Nuova Guinea e a 8.350 km dalla costa messicana.

Amelia Earhart

Amelia Earhart

La sua scomparsa, presto divenuta uno dei più grandi misteri nella storia dell’aviazione, ha aperto la strada a svariate ipotesi. Dallo spionaggio, alla presunta scelta di restare a vivere tra i pescatori su un’sola incontaminata della Papua Nuova Guinea. Dalla cattura e relativa soppressione da parte dei Giapponesi fino al più probabile incidente aereo.

Gli ultimi segnali radio farebbero infatti pensare alla necessità di doversi alzare parecchio di quota per evitare le nuvole fitte e il forte vento, in una zona del mondo e del cielo che risente di repentini cambiamenti atmosferici.

Uno sforzo, per gli aerei di allora, che richiedeva un pericoloso  ed eccessivo utilizzo di carburante, con il conseguente rischio di esaurirlo tutto proprio mentre si era in volo.

Oppure, esausta dopo diciotto ore di volo, avrebbe affidato il comando del velivolo  al navigatore Fred Noonan, con cui condivideva l’abitacolo. Già noto per i suoi problemi con l’alcol, l’uomo avrebbe contribuito all’esito nefasto dell’impresa.

Dopo due settimane dall’ultimo contatto radio, le ricerche furono sospese, e il fatto quasi dimenticato.  Sì, “quasi”, perché nei decenni successivi,  furono fatti  di tanto in tanto alcuni tentativi per svelare il mistero. L’ultimo, in ordine di tempo, ricondurrebbe ad alcuni presunti resti della donna, trovati sull’isola di Nikumaroro nell’arcipelago delle Isole della Fenice, in pieno Atlantico.

Amelia Earhart

Amelia Earhart

La loro veridicità, tuttavia, si baserebbe sulla tesi che “Finché non viene provato il contrario, vale l’ipotesi che lo sia”.

Comunque sia andata, pensando ad Amelia Earhart, donna eclettica e anticonvenzionale, che si era dedicata anche alla poesia e alla fotografia, sorge spontanea una domanda: “Ma così speciali e fuori dal comune, si nasce o si diventa?”

 

Maggio in fiore

Pyracantha Navaho, a bacca arancione

 

La stessa, in versione autunnale…

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Oltre le apparenze: torta Quaranta alla melarancia

Torta Quaranta alla melarancia

Torta Quaranta alla melarancia

Vista cosi, potrebbe anche non dire niente. Eppure, accompagnata da una semplicissima salsa per torta, la “Quaranta” si arricchisce di un suo valore, nel contrasto fra l’amaro del cacao e il dolce naturale della frutta, con un tocco di noce moscata.

Capita, a volte, di alzarsi molto tardi, mentre gli altri umani dagli orari normali hanno già finito di pranzare. Ancora troppo imbambolati per pensare di consumare un vero pasto, e troppo tardi per fare colazione, che fare?

Corre in aiuto la torta Quaranta, possibile  alternativa per tirare fino a sera, senza vuoti di stomaco. Al massimo, si rimedia a cena, con un piatto di sola verdura.

Dà la giusta carica per risvegliarsi, dopo che mente e fisico hanno voluto restare nel regno di Orfeo il più possibile per recuperare il sonno arretrato e il meritato riposo.

Ingredienti:

40 gr di cocco grattugiato – 40 gr di farina di grano saraceno – 40 gr di frutta secca (nocciole + noci, oppure solo mandorle) 2 mele – 1 arancia – noce moscata – un pizzico di sale – olio di semi di girasole – 1 tazzina di caffè aromatizzato (facoltativo) – 2 cucchiai pieni di cacao (qui, amaro)

Preparazione :

Unire la farina di grano saraceno al cocco. Aggiungere un pizzico di sale, la noce moscata grattugiata, 1 mela grattugiata, la frutta secca spezzettata grossolanamente, il cacao e il caffè. Mischiare bene e, in ultimo, incorporare 2 cucchiai di olio di semi di girasole,

A parte, spremere mezza arancia, unendo al succo una mezza mela grattugiata. Passare al mixer e spolverare leggermente con la noce moscata. Coprire e riporre in frigo.

Si può cuocere in un tegame piccolo antiaderente (leggermente unto con l’olio di semi), a fuoco basso e coperto, per circa 30 minuti, rigirandola a metà cottura.

Fare intiepidire e accompagnare con la salsa alla melarancia, che non ha nulla da invidiare alle solite marmellate tradizionali zuccherose e stucchevoli.

 

 

 

Luoghi comuni, di comune in comune


Serpeggiano, in questi tempi forzatamente casalinghi, molti luoghi comuni.

Alcuni, perfino pagati per farlo, indagano, sondano, traggono conclusioni sui nuovi “trend” del momento per ipotizzare il futuro, come se nel momento attuale, quanto mai abnorme e imperscrutabile nelle sue future evoluzioni, si potessero gettare le basi per formulare congetture statistiche e precise.

Viene da pensare che forse, proprio perché sono venute meno le cose da fare, qualcuno deve pur far passare il proprio tempo.  A elaborare scenari di vario tipo, per esempio.

Ma su che basi, visto che l’unica certezza che ci rimane è quella della fatica e dell’impegno di vivere il momento, sperando nella rinascita più o meno imminente?

Tra disfattisti e pessimisti a oltranza che prevedono la catastrofe generale e romanticoni sognatori che ipotizzano il sorgere di una new age alla fine del tunnel, forse c’è una via di mezzo; quella di non cadere nei luoghi comuni.

Alcuni di questi riguardano la dimensione solitaria e casalinga in cui molti di noi sono attualmente confinati.

E allora si alza un grido d’allarme sulle donne che sembrano tornare a essere relegate tra le quattro mura a cucire, a fare torte e pane in casa, a pulire e a farsi la tinta da sole, invece che uscire a portare a fare l’orlo dei pantaloni al negozietto dietro casa, o comprare dolci e pane alla boutique dei prodotti da forno, a chiamare la “donna” delle pulizie o andare dalla parrucchiera.

Beh, ci sono donne che puliscono casa, cucinano, si dedicano al cucito e si fanno la tinta da sole da anni. Se per necessità o virtù, saranno fatti loro.  Allo stesso modo di come si dedicano alla dimensione casalinga, viaggiano, fanno sport, fanno cose e  vedono gente, se ne hanno voglia, e non per questo corrispondono al vecchio modello femminile che tace, ubbidisce e acconsente.

Altri gridi di allarme si levano sul disagio, che sarebbe maggiore per chi vive solo, di essere reclusi a casa. Dipende. Se l’alternativa è dover condividere lo spazio, poco o tanto che sia, con chi si è ai ferri corti da un pezzo, oppure temere che l’altro possa far entrare in casa il nemico invisibile attualmente dilagante. Beh, delle tre, la cosa migliore è di gran lunga la prima.

Che dire, poi, della vita sociale praticamente assente, delle lunghe giornate noiose, senza impegni, che non passano mai e deprimono? Quanti rimpiangono i giorni super impegnati, tra palestra, apericena, pizzate, cinema, mostre, incontri ecc. e poi ancora palestra, apericena, pizzate, cinema, mostre, incontri ecc. ecc.

Ma dovendosi fermare per forza, in una dimensione temporale surreale come questa, non è che magari venga il dubbio che molti di quegli impegni si prendevano solo per cercare di riempire un vuoto che non si voleva considerare?

Che si poteva fare a meno dover rendersene conto a causa di una stramaledetta entità biologica dalle dimensioni misurabili in nanometri, non c’è dubbio.

Ma se sognare una casa, nel linguaggio dei sogni, rappresenta il sé e proprio per questo può apparire grande e spaziosa, luminosa o tetra, accogliente o in rovina, ci si dovrebbe chiedere se il vuoto tra le pareti domestiche esisteva già da prima. Solo che adesso, è lì a reclamare impietosamente la sua presenza.

E allora, si può scoprire, che al di là dei luoghi comuni di ogni periodo e luogo, quello che importa veramente è come si vive dentro la propria casa interiore, che ci si porta sempre appresso come il guscio la lumaca.

Poco importa se qui o là, prima o dopo, o se qualcuno passa il suo tempo a catalogare, classificare e inquadrare le persone, inseguendo stereotipi e luoghi comuni.

 

 

 

Piatto sfizioso con speck e catalogna

 

Speck e catalogna

Speck e catalogna su base di farine miste

Il mese di aprile è l’ultimo periodo dell’anno per raccogliere la catalogna, verdura tipicamente invernale e d’inizio primavera.  Con un po’ di fortuna, di questi tempi, la si può trovare ancora bella, croccante, fresca e a un prezzo più che ragionevole nel reparto verdura di qualche supermercato.

Detto, fatto. Una volta pulita, privata solo della parte finale, tagliuzzata, fatta lessare in poca acqua, sale e un po’ di pepe, può diventare una crema deliziosa.

Utilizzata come condimento a un piatto di pasta, preferibilmente integrale, di grano saraceno, di sorgo ecc. può essere unita ad altri ingredienti, come in questa ricetta salata anti-tristezza.

Catalogna

Ingredienti

Catalogna – farine miste per un totale di circa 100 gr. Qui sono stati utilizzati 70 gr di farina di grano saraceno, 20 gr. di farina di farro e 10 gr. di farina di segale – olio di oliva – sale –  pepe – 1 spicchio di aglio – speck – formaggio tipo fontina, Asiago o Montasio.

Preparazione

Passare al mixer la catalogna (precedentemente cotta in poca acqua, sale e pepe),  aggiungendo uno spicchio di aglio, un cucchiaio di olio di oliva ed eventuale acqua. Il risultato finale deve essere simile al classico pesto.

Creare una base molto sottile con le farine. Mescolarle in una terrina, insieme a sale q.b. , un cucchiaio di olio di oliva e acqua, fino ad ottenere una consistenza densa e cremosa.

Versare il composto in un tegame antiaderente, leggermente unto con olio di oliva. Coprire e cuocere per 20 / 25 minuti, rigirando a metà cottura.

Bieta costa

Bieta costa

La cottura ottimale dovrebbe avvenire su piastra elettrica.

A cottura quasi ultimata, coprire la superficie con la crema di catalogna, lo speck privato del grasso e tagliato  a listelli e, in ultimo, il formaggio.

Si può utilizzare la bieta costa invece della catalogna, per un sapore meno intenso.

 

 

 

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