Un bicchiere mezzo pieno…

Acqua, aria, fuoco e terra. Il mondo, alla fine, è uno solo, che lo si voglia o no.

È sempre stato così, dalla notte dei tempi, ma mai come oggi quello che uno fa vicino a casa propria può ripercuotersi in poco tempo a migliaia di chilometri, diventando una catena “globale” di cause, effetti ed eventi.

Globale, guarda caso, deriva da “globo” e relativi sinonimi: sfera, terra, pianeta, mondo, così può esistere l’economia globale, un problema globale, un fenomeno globale ecc…, ma anche una responsabilità globale.

A parte i derivati di “mondo”, sarà meno probabile avere a che fare con un’economia, un problema, un fenomeno e una responsabilità sferica, terrestre o planetaria.

Freddura e gioco di parole a parte, o calembour come dir si voglia, in tanti si stanno vivendo tempi incerti su questo globo. Non che sia sempre stato tutto facile, lo sappiamo bene.

Ma quando si affaccia all’orizzonte qualcosa di nuovo che preoccupa, minaccia e condiziona, sorgono spontanee alcune domande.

Una di queste, ruota intorno a una parola di sole sei lettere: perché?

Perché ci deve pur essere un inizio, una causa, un effetto e una catena di eventi che favorisce l’apparire di qualcosa di nuovo e inquietante.

Ma grattando la vernice solo di poco, si scopre che, in realtà,  quel nuovo sa di vecchio, che il famoso “globo” ha già vissuto.

Cambiano i nomi, le caratteristiche, i periodi storici e le dinamiche, che hanno lasciato e lasceranno i loro segni nel DNA umano.

Perché, alla fine, si trova quasi sempre un modo per difendersi da un problema, se non si è riusciti ad evitarne la causa.

Nel fagocitare di numeri, di  veri o presunti fattori scatenanti, di paure comprensibili o esagerate e di quant’altro non è facile restare lucidi e nemmeno accantonare la preoccupazione con un generico “stai sereno”.

Al grande punto interrogativo che appare nell’orizzonte personale di ognuno, risponde, in parte, il tempo che viene riscoperto col mutare delle abitudini quotidiane.

Così, per quanto possibile e assurdo, si riscoprono modi dimenticati di utilizzare le ore e le giornate. Un tratto di strada appare diverso se si percorre a piedi, piuttosto di condividere la vicinanza forzata, respirando la stessa aria del vicino.

Ore e giornate svuotate da obblighi sociali e lavorativi, offrono la possibilità di occuparsi di cose che normalmente si trascurano o diventano noiose incombenze, nell’attesa che tutto ritorni come prima. Anzi, si spera, meglio di prima.

Perché dalle difficoltà se ne può uscire perfino rinforzati. Di solito è così.

Nel frattempo, laviamoci spesso le mani, stiamo a distanza di sicurezza e RESTIAMO A CASA!!!!!!!!

Sogno di metà inverno: Madeira

Madeira, Azzorre

Pare che alle Azzorre si dica che se il tempo non convince, è meglio aspettare mezz’ora. Forse, parafrasando Mark Twain che diceva quasi la stessa cosa, ma riferendosi ad altre latitudini, con la frase “Se non ti piace il tempo nel New England, aspetta qualche minuto.

Variabilità meteorologica a parte, che fa correre dietro al sole, inseguito dalle nuvole e dalla pioggia che cade a pochi km di distanza, l’arcipelago delle Azzorre gode di un clima temperato. Non solo, la natura è lussureggiante ed aspra, collinare e verdeggiante, ma anche dominata dalle rocce laviche. Ci si può immergere nelle acque pulitissime dell’Atlantico, che però può diventare impetuoso.

Su tutto prevale il blu profondo del mare, l’azzurro limpido del cielo, quando e dove è sereno, il verde acceso della vegetazione e i colori vivaci dei numerosissimi fiori e delle rigogliose fioriture tropicali: strelizie, hibiscus e ortensie , ginepro, erica, alberi di ananas, agrumi e banane, coltivazioni di tabacco, lino e the.

Insomma, sono isole – le Azzorre – che offrono attrattive contrastanti e, quindi, mai noiose, in un alternarsi continuo di inno alla gioia ed evocazioni lugubri.

Ma il contrasto non è solo una prerogativa della natura, su queste isole a metà strada fra Europa e America. L’anima isolana, essenzialmente chiusa e taciturna degli abitanti, contrasta con luoghi ed eventi chiassosi. Così come a S. Miguel, l’isola più grande e maggiormente popolata,  regna l’allegra confusione dei numerosi turisti, a Madeira si festeggia il Carnevale in stile brasiliano nel mese di Febbraio e il Festival Atlantico in Giugno.

Strelizia: fiore simbolo di Madeira

Il tutto, a poca distanza da itinerari e paesaggi che inducono al silenzioso rispetto di fronte a panorami che si aprono sull’Atlantico infinito e le vallate interne. Uno di questi è quello che si può scorgere percorrendo i sentieri che si snodano lungo le Levadas, i canali d’irrigazione costruiti in passato per convogliare le acque verso gli insediamenti a valle.

L’isola iniziò a suscitare interesse nel 15° secolo, quando si scoprì che le Azzorre potevano non essere solo “Monti di fuoco, vento e solitudine”, come si pensava allora.  In brevissimo tempo, l’isola fu infatti riconvertita in un territorio altamente produttivo, con  vaste piantagioni di canna da zucchero, frumento  e vigneti, tanto che solo nell’arco di venticinque anni divenne l’ìncontrastata esportatrice del famoso vino Madera. Dolce  e profumato, il vino si ottiene in gran parte da uve Malvasia e trova  largo impiego in cucina. Dalle amarene alla panna, irrorate con Madera, alle fettine di carne e alla lattuga in salsa di Madera e così via.

Con temperature invernali del tutto rispettabili che variano in questo periodo da 6° a 12°, raggiungendo anche 15° – 19°, l’isola rappresenta una meta interessante e bella da scoprire in tutte le stagioni.

Difficile pensare che, una volta giunti a Madeira e alle Azzorre in generale, ci si possa concedere una vacanza dedicata completamente all’ozio, nel variare del tempo e delle cose da fare.

 

Inverno

Recycled Christmas

Cosa cuoce in padella n° 2: pampepato all’anice stellato (senza zucchero)

Anice stellato

In sentore natalizio, questo pampepato si caratterizza per una consistenza molto morbida e aromatica. Dagli ingredienti semplici e il gusto gradevole, incorpora noce moscata e anice stellato, creando un connubio che si addice al periodo, senza eccesso di zuccheri.

Ingredienti:

100 gr di faina di grano saraceno – 100 gr. di farina di cocco – 3 mele – un pizzico di bicarbonato – un pizzico di sale – olio di oliva – noce moscata – anice stellato

Preparazione:

Tritare finemente 2 o 3 frutti di anice stellato, fino a ridurli in polvere. Grattugiare la noce moscata e ottenere una piccola quantità (qualche pizzico).

Mischiare la farina di grano saraceno con quella di cocco. Aggiungere il sale e il bicarbonato, 5 o 6 cucchiai di olio di oliva, l’anice e la noce moscata.

Grattugiare due mele e incorporarle all’impasto, che deve essere lavorato con le mani, fino ad ottenere un impasto molto morbido, ma piuttosto compatto.

Porre il panetto così ottenuto in un tegame leggermente unto con olio di oliva. Schiacciarlo delicatamente e ricoprire la superficie con le fettine di mela.

Cuocere a fiamma molto bassa per circa 1 ora e mezza, con il coperchio.

Il sole, questo fuggitivo

“Non ci sono più le mezze stagioni” non è più solo un luogo comune, uno stralcio di conversazione da ascensore o in coda da qualche parte. È una consuetudine che ormai si ripresenta puntuale da un po’ di anni.

Giorni e giorni continui di pioggia e nuvolaglia incombente mettono a dura prova anche l’umore dei più indomiti e ottimisti, quanto meno alle nostre latitudini.

Solo un fugace sprazzo di sole, ogni qualche settimana, fa intravedere tra i palazzi,  le montagne in lontananza spropositatamente innevate per la stagione. Meglio approfittare dell’attimo fuggente, quindi, prima che arrivi un inverno arido e secco, che detta così suona già un’assurda contraddizione.

Ma allora, questo riscaldamento globale? Sarà proprio lui che, paradossalmente, fa aumentare l’umidità e le piogge? Oppure non c’entra per niente?

E tutta quell’acqua? Se venisse immagazzinata in enormi cisterne o trasportata in acquedotti di acqua piovana verso le terre più aride  e calde, paleremmo ancora di siccità, dopo qualche mese o a migliaia di chilometri? Già, ma si potrebbe obiettare che quell’acqua andrebbe depurata, anche solo per irrigare i campi.

Cade ovunque, e in certi paraggi si porta appresso una bella quantità di inquinanti. Non è più quella che gli antichi Romani valorizzavano, immagazzinavano e sfruttavano.

Domande che cadono a pioggia, appunto, e che fanno solo rispondere “Si adatti chi può”.

 

Tra una nebulosa e l’altra…

Nebulosa

Cosa cuoce in padella? Crostata di pere e cioccolato!

Crostata in padella, con farina di amaranto

Nei ricordi d’infanzia riemerge il sapore inconfondibile della ciambella che la nonna preparava sul gas nel tipico fornetto in alluminio. Quali ingredienti utilizzava, non si sa. Probabilmente i soliti, ma mai più la stessa bontà, la stessa fragranza. Pare che cuocere dolci sul gas, oltre alle pietanze, sia un nuovo trend. In certi paesi del mondo, quasi un’abitudine.

Ecco un tentativo, dettato più che altro dalla curiosità, ma che ha ottenuto un risultato più che soddisfacente. Basta procurarsi una teglia un po’ alta antiaderente di buona qualità, un coperchio in vetro, possibilmente con forellino di sfiato e / o poco più largo del diametro della padella per permettere al vapore di fuoriuscire, uno o più supporti per pentole in modo da non lasciare direttamente a contatto la padella con il fuoco del fornello.

Ingredienti: 200 gr di farina di amaranto – 100 gr di farina di farro – 6 cucchiai di olio extra vergine di oliva – un cucchiaino scarso di bicarbonato – un pizzico di sale – 3 pere – 1 mela – noce moscata, dolcificante (qui, xilitolo naturale di betulla), 40 gr di cioccolato fondente

Preparazione: mischiare le due farine, incorporare la mela grattugiata, l’olio di oliva e, in ultimo, il bicarbonato e la noce moscata. Se necessario, aggiungere poca acqua tiepida per ottenere una consistenza morbida e liscia.

Lavorare l’impasto e formare un panetto, avvolgerlo nella carta trasparente. Riporre in frigo per 30 minuti.

Nel frattempo, tagliare le pere a dadini molto piccoli e ridurre il cioccolato in scaglie.

Dividere in due parti il panetto. Tra due fogli di carta forno stendere la pasta con il mattarello fino ad ottenere uno strato sottile della larghezza della taglia più il bordo. Il risultato non ha nulla da invidiare alla classica pasta frolla con burro e uova. Provare per credere.

Adagiarla sul fondo della padella leggermente unto con olio di oliva. Coprire con le pere e il cioccolato. Quindi, ritagliare dal restante impasto le strisce per rifinire e richiudere i bordi. Spolverare con il dolcificante. Cuocere per circa 1 ora a fuoco basso.

Lasciare riposare per alcune ore prima di servire, per dar modo ai vari sapori di fondersi tra loro.

Cosa fare dell’eventuale restante impasto? Dei semplici biscottini, naturalmente, in delicato sentore di noce moscata…

Dalla Valle Cavanata alla foce dell’Isonzo, in bici o a piedi

Riserva Naturale Valle Cavanata

A poca distanza da Grado si apre una vasta zona protetta, in parte agricola e in parte marina, incorniciata sullo sfondo dalle montagne. Si estende tra la Riserva Naturale della Valle Cavanata e la Riserva Naturale Foce dell’Isonzo.

Giunti al Centro visite della Riserva Cavanata si possono scegliere alcuni itinerari. Uno di questi si snoda lungo la ciclabile sull’argine, di poco sopraelevata rispetto alla strada asfaltata che la costeggia. Si tratta di una strada stretta, dove il traffico è quasi del tutto assente.

Ciò consente di immergersi a 360° nell’ambiente lagunare, marino e in parte agricolo, accompagnati solo dal rumore del vento e del mare.

Quello che all’inizio si presenta come un percorso nella campagna fuori Grado svela, lungo i 9 km che portano alla torre panoramica presso la foce dell’Isonzo, tutt’altro scenario.

Si apre quasi subito sul mare, con la visuale che corre lungo tutta la costa triestina, fino alla Croazia, se la giornata è molto limpida.

Verso la fine del percorso, si incontra il piccolo villaggio di pescatori, Case Sdobba, da cui si può raggiungere la torre panoramica del Caneo, seguendo il breve sentiero.

Qui, la visuale è ancora più suggestiva, unendo fiume e mare alle montagne sullo sfondo.

Si può decidere di rifare lo stesso percorso per ritornare al punto di partenza e se a piedi risultasse troppo impegnativo, si può noleggiare gratis la bici al Centro visite.

 

Nella terra di Thor : le Isole Lofoten

Isole Lofoten

Perché Thor abbia un giorno deciso di scagliare nel mare un’abbondante quantità di rocce sfugge ai posteri. Del resto, in quanto dio del tuono, del fulmine e della tempesta, la cosa può non sorprendere.

In ogni caso, il risultato di quella sfuriata ha creato uno dei luoghi più magici al mondo.

C’è chi in estate cerca il mare delle Baleari, di Rimini o Riccione oppure del Salento o della Sardegna. Di certo, non cercherebbe il Mare di Norvegia se ciò che ha atteso tutto l’anno è il sole cocente e il mare tiepidamente caldo.

Mare di Norvegia

Ma se il mondo è bello e vario, perché non trovare un compromesso tra mare nordico e temperature gradevoli, ad esempio puntando verso le Isole Lofoten?

Certo, il loro fascino maggiore lo esercitano in inverno con le aurore boreali, che rendono la meta ancora più incantevole e decisamente fuori da ogni canone mediterraneo.

Andarci adesso, però, ha il vantaggio di risparmiarsi il freddo, nonostante queste isole godano di un clima piuttosto mite pur trovandosi nel circolo polare artico. Infatti, in inverno, la media stagionale si aggira solo intorno a -1°, -2°.

Luglio e agosto regalano temperature massime intorno ai 14° – 15°, mentre il mare raggiunge i 12°. Un dettaglio di poca importanza se la balneazione non rientra nelle priorità di svago.

Sulle sette isole dell’arcipelago, che possono essere esplorate in battello o traghetto, si può soggiornare in “rorbuer” le case dei pescatori costruite sul terreno ma con un lato su palafitte. Ci si può immergere nello scenario che a  360° abbraccia il mare, le montagne e il cielo, nella speranza che Thor non sfoghi la sua ira proprio lì e per la seconda volta.

 

 

 

 

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