Storie di uomini: i numeri magici di Fibonacci

Che la matematica non sia un’opinione ce lo sentiamo dire fin  da quando siamo bambini. E’ più probabile che sia un’intuizione logica, ma le intuizioni nascono per caso?

Che reazioni avranno avuto i contemporanei di Fibonacci, davanti all’intuizione della sua sequenza?

Forse, all’inizio, gli avranno anche dato del matto per quel suo pensiero che, alla fine, tutto si ripete, si somma, si moltiplica e si trasforma e alla fine, si somiglia.

Scala a chiocciola

Senza voler approfondire ulteriormente, soprattutto perché la matematica non è mai stata la materia forte di chi scrive, sembra di capire che la formula magica di Fibonacci si basa sul fatto che 2 + 3 fa 5 e che 5 + 3 fa 8, 8 + 3 fa 11, 11 + 3 fa 14 ecc., perché ogni numero così ottenuto corrisponde alla somma dei due che vengono prima.

E’ un ordine che ritroviamo in una gran quantità di contesti, dalla natura alla musica e perfino al supermercato, quando acquistiamo alcune verdure. Quali? Il cavolo romanesco per esempio, con le inconfondibili spirali geometriche tridimensionali che si ripetono, prima grandi e poi sempre più piccole.

Esistono poi altri tipi di sequenze che, a volte, sembrano innescare processi non proprio matematici, ma che non sembrano dettati dal caso: incontri favorevoli, inutili o controproducenti che innescano occasioni fortunate, senza senso o che era meglio non si fossero verificate.

Escher

Le sequenze, alla fine, affascinano e fanno intravedere un filo misterioso che le avvolge, ma tornando a Fibonacci, non si può tralasciare il fatto che la sua teoria abbia riguardato anche le note musicali. Per quanto armoniosa, scomponibile e componibile all’infinito, la musica segue un ordine preciso, una formula matematica creativa, ma pur sempre matematica.

Era un mondo nuovo, quello che aveva intuito Fibonacci nel 12° secolo, in cui il micro e il macro si copiano e si ripetono all’infinito e un vero inizio non necessariamente si coniuga con una fine definitiva; la sequenza terrena e concreta della matematica che, forse, nasconde al suo interno il significato mistico di una proporzione divina e ultraterrena.

 

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Aiutami a trovare una maschera

Maschere veneziane

Maschere veneziane

Nascondi chi sono, e aiutami a trovare la maschera più adatta alle mie intenzioni – fa dire William Shakespeare a Macbeth. Nessuno può dirsi del tutto insensibile al fascino enigmatico di una maschera e ai vantaggi che comporta.

Così, quando a Venezia i festeggiamenti del Carnevale erano finiti e veniva proibito mascherarsi, alcuni personaggi inquietanti vagavano indisturbati per calli e campielli. Erano le “baute”, le sole a cui era permesso mostrarsi in ogni periodo dell’anno.

Baute nel 18° secolo

Baute nel 18° secolo

Sotto la maschera bianca o nera dalla forma a becco, il tabarro e il tricorno neri si celavano uomini, donne, ricchi, poveri e personaggi dalle più svariate intenzioni.

Imbattersi in una bauta era cosa comune, soprattutto nel 1600 e 1700 tanto da non considerarla propriamente una maschera carnevalesca, ma piuttosto un modo di vestirsi.

L’importante era che il costume non fosse troppo di lusso, ma sobrio. Tra le regole che ne stabilivano l’utilizzo, c’era l’obbligo per le donne di indossarlo a teatro, ma il divieto di servirsene se si stava cercando marito.

Ventagli e balene

La Giapponese, Claude Monet

La Giapponese, Claude Monet

Il ventaglio, accessorio oggi demodè ed utilizzato per lo più tra le quattro pareti domestiche, vanta ben più nobili natali ed oscuri retroscena. Uscito da un cassetto dove era stato riposto l’estate precedente, forse come lascito di una vecchia zia o acquistato per pochi centesimi in un grande magazzino, ritorna abbastanza utile in mancanza di climatizzatori o ventilatori. Ultimo brandello e testimone di un universo femminile, ma anche maschile che intorno al suo ondeggiare ricamava messaggi in codice, aspettative o delusioni, il ventaglio ha coinvolto nel suo utilizzo svariati materiali.

Ventaglio in oro

Ventaglio in oro

Dalla madreperla al legno, dalla paglia alle piume, chi ci ha rimesso di più è stata sicuramente la balena.  Con i suoi fanoni non solo ha fornito le stecche per i ventagli, ma anche per rinforzare corsetti, ombrelli, occhiali e fruste. In particolare, la balena boreale, nuotatrice più lenta di altre sue simili,  ha rischiato l’estinzione negli ultimi anni del 19° secolo e tutt’oggi ne sopravvivono solo pochissimi esemplari.

Balena: forniva le stecche per i ventagli

Balena: forniva le stecche per i ventagli

Come cita la Treccani,  il fanone è ciascuna delle lamine cornee frangiate che nelle balene sono inserite in due file parallele sui margini della mascella superiore.

Soppiantate oggi da stecche in legno o plastica, la balena deve sempre temere il peggio, considerando che ogni anno vengono eliminati oltre 1000 esemplari, ma nel frattempo ringrazia e cerca di stare più lontana che può dai predatori umani.

Balena in fuga

Balena in fuga

 

 

 

 

Teatro della Concordia, più piccolo di così …..

Teatro della Concordia, Perugia

Teatro della Concordia, Perugia

Si trova in Umbria il teatro all’italiana più piccolo del mondo. In quanto tale ripropone l’innovativo  modello di teatro dotato di sipario, palchetti e palcoscenico nettamente separato dalla sala che gli italiani inventarono a partire dalla seconda metà del ‘500.

Facciata esterna Teatro della Concordia

Facciata esterna Teatro della Concordia

Con soli 99 posti, di cui 37 in platea e 62 nei palchetti, distribuiti in uno spazio di 200 metri quadrati, il piccolo teatro non ha nulla da invidiare a teatri molto più grandi e importanti.

Inaugurato nel 1809 grazie al prodigarsi delle locali famiglie benestanti, l’edificio che ospita il teatro era in origine una delle tante palazzine di Monte Castello di Vibio, nella provincia perugina.

Francobollo celebrativo

Francobollo celebrativo

Nel settembre 1997, il più piccolo dei teatri, dotato persino di 2 camerini,  si è stretto in gemellaggio con il suo più grande rivale, il Teatro Farnese di Parma che può ospitare 4.000 spettatori.

Tanto piccolo da stare in un francobollo, al Teatro della Concordia è stata dedicata una speciale emissione filatelica nel 2002.

 

Quando Erik il Rosso conquistò una terra verde

Erik il Rosso

Erik il Rosso

Doveva essere sicuramente più ospitale di quanto sia oggi, la Groenlandia, per convincere il vichingo Erik il Rosso a stabilirsi nel 982. In esilio dall’Islanda, perché accusato di omicidio, Erik il Rosso sfuggiva da una scomoda eredità familiare per la quale il padre era stato esiliato dalla Norvegia con la stessa accusa.  In cerca di una nuova terra fertile, di cui alcuni marinai ritornati a casa avevano narrato,  navigò sempre più ad ovest. Dopo averla trovata e finito il tempo dell’esilio, Erik ritornò in patria tre anni più tardi, per ripartire alla conquista della verde terra con un seguito di 25 navi, di cui solo 14 arrivarono a destinazione.

Nave vichinga

Nave vichinga

Oltre 300 vichinghi approdarono  nel sud della Groenlandia ed iniziarono così un florido periodo della loro storia durato quasi 400 anni, nella terra che poi apparterà alla corona danese. Una terra che, oggi, a discapito del riscaldamento globale è coperta per oltre l’80%  da ghiaccio, ad esclusione di 410.000 km q. di superficie, in cui vivono 57.000 persone che sopravvivono grazie alla moderna tecnologia. Agricoltura, pastorizia e un’intensa vita di comunità  si svolgeva nei villaggi vichinghi  a poca distanza dal continente americano che la popolazione del nord Europa  aveva già scoperto 500 anni prima di Cristoforo Colombo.

Qassiarsuk, Groenlandia: ex insediamento vichingo

Qassiarsuk, Groenlandia: ex insediamento vichingo

Poi, improvvisamente, i Vichinghi scomparvero dalla loro terra promessa e il motivo ancora non è stato del tutto chiarito.  Malattie, carestie, attacchi pirati, scontri con la popolazione nativa Inuit, o più semplicemente ripetuti contro-esodi verso la terra natia, queste sono le ipotesi della loro scomparsa. Prende sempre più piede l’idea che mutamenti climatici abbiano fatto venir meno le possibilità di sopravvivenza dei Vichinghi in Groenlandia, dopo che si era esaurito il periodo di riscaldamento medievale durato dal 1000 al 1400 e caratterizzato da temperature medie superiori alle nostre.

Ghiaccio della Groenlandia

Ghiaccio della Groenlandia

Certo è che l’ambiente rivelatosi  a suo modo accogliente, considerando i parametri di una popolazione abituata a convivere con il freddo e le acque impetuose dell’Atlantico, nell’arco di pochi anni cambiò radicalmente. Proprio nel periodo che viene definito come la piccola era glaciale medievale, i Vichinghi scompaiono, dimostrando che anche solo pochi gradi possono fare la differenza nella storia delle popolazioni. Oggi, a ricordarci la storia ciclica che si ripete e si riavvolge al contrario, ponendo la Groenlandia come caso particolare, dove sì anche li i ghiacci si stanno sciogliendo, ma era molto più verde mille anni fa, restano i resti delle case e delle chiese vichinghe, oltre alla saga di Erik il Rosso che narra di suo figlio Leif spintosi ancora più ad ovest, sul continente americano.  

 

 

When Erik the Red conquered a green land

When the Viking Erik the Red settled in Greenland in 982, he found a more hospitable land than it is today. On exile from Island, where he was charged with murder, Erik the Red had been fleeing an awkward family heritage, according to which his father had been banished from Norway owing to a similar accusation. Searching for a new fertile land, of which some sailors back to homeland had told, he sailed far away westwards.

After he had found it and the time of his exile had expired, Erik returned to Island three years later to sail back again to Greenland with 25 ships, of which only 14 arrived at destination. Over 300 Vikings landed in Southern Greenland, the land that would belong to the Danish Crown in the distant future, paving the way to 400 years’ prosperity. In spite of  global warming, Greenland is a land covered by 80% of its surface with ice today, except for 410,000 square miles, where 57,000 inhabitants can leave thanks to modern technology.

In the Viking villages, agriculture and animal farming alternated with an intense community  life, not so far from the American continent that the sailors from North Europe had already discovered 500 years before Cristoforo Colombo.

Then, the Vikings suddenly disappeared from their promised land, without any clear explanation.  Either pandemics, famine, pirates attacks, struggles with the native Inuit people or frequent mass migrations back to the homeland could be the reasons of their disappearing. Anyway, it is likely that the Vikings could not survive in Greenland any longer, due to the approaching  Little Ice Age that marked the end of the Medieval Warm Period lasted from 1000 to 1400, when temperatures were higher than today.

As a matter of fact, the land that the Vikings found so hospitable, rapidly changed, even if they were accustomed to face with cold and the challenging Atlantic Ocean. The Vikings did disappear just when the climate in Greenland became harsher and harsher. Thus, confirming that even a few degrees may mark the difference in the history of mankind.

Historical events show their backward cyclical recurring in Greenland, where actually ice is melting, but it was warmer a thousand years ago. Today, only the remaining stones of Viking buildings can tell us of the prosperous time, when Erik’s son, Leif, sailed even westwards than his father did and reached the American continent, so the saga says.

Bottoni, bottoni e ancora bottoni

Bottoni vintage

Bottoni vintage

Tra i musei minori d’Italia, ma solo per superficie, ne esiste uno davvero particolare: il Museo del Bottone a Santarcangelo di Romagna, in provincia di Rimini. Inaugurato nel  2008, il museo deve la sua realizzazione all’impegno che  il Sig. Giorgio Gallavotti  ha messo nel raccogliere  e catalogare un’enorme quantità di bottoni provenienti dal magazzino della merceria di famiglia. Altri se ne sono poi aggiunti, grazie alla ricerca che l’appassionato fautore del museo ha intrapreso nel settore della moda.

Prezioso bottone d'epoca

Prezioso bottone d’epoca

La collezione di bottoni storici comprende un periodo che va dal ‘700 – ‘800  ai giorni nostri, scoprendo, chi  l’avrebbe mai detto, tutti i retroscena di questo piccolo accessorio. I bottoni, infatti, servivano per raccontare la storia delle famiglie aristocratiche, per celebrare eventi speciali, dal naufragio del Titanic alla scoperta delle tombe dei faraoni, per lanciare messaggi tra i frequentatori dell’alta società del ‘700 e ‘800, con scritte tutte da decifrare oppure per ostentare potere. Gli oltre 13.000 bottoni d’oro cuciti sul vestito di Francesco I Re di Francia  ne sono una dimostrazione.

Museo del bottone, Santarcangelo di Romagna

Museo del bottone, Santarcangelo di Romagna

L’utilizzo del bottone in passato serviva anche ad altri scopi pratici che vanno oltre la mera funzione di chiudere o aprire l’indumento su cui sono cuciti. Ai soldati della  Regina Elisabetta Tudor, che ha regnato nella seconda metà del ‘500, venivano cuciti i bottoni sulle maniche affinché non vi si pulissero il naso .

L’ingresso al Museo del Bottone è gratutito. E’ aperto tutti i giorni ad esclusione del lunedi, in inverno dalle 10 alle 12 e dalle 15 alle 18. In estate lo si può visitare dalle 10 alle 12, dalle 16 alle 18,630 e la sera dalle 21 alle 23.30.

 

 

Il Campionato mondiale del cioccolato 2013 premia l’Italia con le donne di Davide Comaschi

World Chocolate Masters 2013

World Chocolate Masters 2013, vincitore Davide Comaschi

Quando il cibo si fa arte, creatività e passione per il proprio lavoro ecco che i risultati non passano inosservati, nè tanto meno sottovalutati. Lo sa bene Davide Comaschi, maestro pasticcere che ha vinto il 30 ottobre  il primo premio World Chocolate Masters, la sfida più importante del mondo in fatto di cioccolato.

World Chocolate Masters 2013.Davide Comaschi

Scultura di cioccolato alta 2 mt (D.Comaschi)

Eleganza, armonia e originalità contraddistinguono le donne di cioccolato che Davide Comaschi ha scelto come filo conduttore della sua raffinata collezione.

Quasi 2 metri di altezza misura una delle sue esclusive creazioni, ma nonostante le misure imponenti, l’effetto armonico  della scultura resta intatto.

Le donne di cioccolato di Davide Comaschi sembrano proiettarsi verso una dimensione più eterea di quanto il materiale con cui sono state create farebbe supporre, come se  la ricerca estetica dell’effetto finale voglia fondersi con  un messaggio.

World Chocolate Masters 2013, Davide Comaschi

L’arte del cioccolato bianco (D.Comaschi)

Sembrano volersi staccare dalla fisicità di uno dei sensi indissolubilmente legati alla nostra condizione umana, il gusto, andando ben oltre alla realtà concreta collegata al gesto di cibarsi.

Si dischiude, così, un processo mentale svelato dalle squisite fragranze del cioccolato.

Non a caso, le ben note proprietà del cioccolato possono influenzare positivamente il nostro stato d’animo ed insieme al gusto, anche gli altri quattro sensi giocano la loro parte in una delle più sublimi esperienze degustative.

Il globo di Davide Comaschi

Il globo di Davide Comaschi

Un’aroma particolare, lo scrocchiare della tavoletta, il suo colore e la consistenza si uniscono insieme al gusto con l’olfatto, il tatto, l’udito e la vista in un tutt’uno.

Senza dubbio, la vista è il primo dei cinque sensi coinvolto nella spettacolarità del Campionato mondiale del cioccolato che si tiene a Parigi ogni due anni, dove per la prima volta l’italia si è piazzata al primo posto e per rappresentarla sono state scelte le opere di un artista del cioccolato che sembra voler andare oltre all’impatto visivo delle sue opere.

La forma triangolare è un altro degli elementi preferiti da Davide Comaschi riproposta nelle praline oltre che nella geometria delle sue sculture.

Praline di Davide Comaschi

Praline di Davide Comaschi

Italy wins World Chocolate Masters 2013 with Davide Comaschi and his women

When food becomes art, creativity and work with passion, achievements are neither unnoticed nor disregarded. That knows pastry chef Davide Comaschi  who won on Oct. 30th first place at the World Chocolate Masters 2013, the major chocolate competition in the world.

Elegance, harmony and original details mark the chocolate women chosen by Davide Comaschi for his refined collection. One of his exclusive creations is about 2 m  high, but in spite of the imposing dimensions balance and harmony are preserved all the same.

Comaschi’s chocolate women look like they would go into an ethereal dimension beyond the materiality they are made of,  as if the final aesthetic effect had a message inside.  Taste, one of the senses indissolubly related to the human condition,  goes well beyond the mere function to feed. It becomes a sort of gateway to a mental process disclosed by the pleasant sensations of tasting exquisite chocolate fragrances.

Not for nothing are chocolate properties renowned for their positive effect on the mood. Savoring  excellent chocolate implies smell, touch, hearing and sight combining together to create a unique tasting experience made of flavor, bar cracking, color and  consistency.

No doubt, sight is the first of the five senses to prevail at the spectacular World Chocolate Masters which takes places in Paris every two years. For the first time Italy was first, being represented by a chocolate artist who seems to go beyond mere aesthetics. Triangular shape is another element preferred by pastry chef Davide Comaschi, which he suggests in his original pralines as well as the geometrical forms of his sculptures.

La grande tela di Akita

Gli Eventi di Akita

Gli Eventi di Akita

Incorniciata dalle montagne sacre e ricca di sorgenti termali la regione di Akita-Ken nel nord del Giappone è l’ideale per chi ama il trekking e i bagni termali. Vanta  il lago più   profondo del Giappone, il Tazawa (mt.423), ma il   suo capoluogo Akita  racchiude altri primati. Le abitanti di questa città che conta circa 350.000 residenti sono infatti note per avere la pelle più bella di tutte le altre donne giapponesi.

Leonard Tsuguharu  Foujita

Leonard Tsuguharu Foujita

Altro  elemento che  però distingue Akita da tutte  le altre città del  mondo è il  fatto di conservare presso il Museo d’Arte Masakichi Hirano il più grande dipinto su tela. Si tratta di un pannello lungo  20,5 mt ed alto 3,65  mt realizzato  nel  1937 da Leonard Tsuguharu Foujita, artista giapponese  che soggiornò per  molti anni all’estero, recandosi in Francia,  in America Latina e negli  Stati Uniti arrivando ad assumere il nome di Leonard in onore di Leonardo da Vinci.

Dedicatosi alla  realizzazione di  grandi  murales  e  incaricato da  Masakachi   Hirano, fautore  dell’omonimo Museo d’Arte  di  Akita,  Leonard  Tsuguharu  Foujita  volle  rappresentare  gli  eventi  della  vita cittadina correlati alle quattro stagioni.

La grande tela

La grande tela

In  sequenza, a partire  da  sinistra, è rappresentato l’inverno dove si svolge la vita quotidiana. Un ponte prosegue nella parte  destra del dipinto dove  sono raffigurati i festeggiamenti che hanno luogo nella città, tra cui il famoso Kanto Festival. Per questo motivo, l’opera è stata intitolata   Akita-no Gyoji  – Gli Eventi di Akita –  ed è classificato come il più grande dipinto su tela del mondo in epoca moderna.

 

Akita’s large canvas

Sacred mountains and hot springs make the area of Akita-Ken the ideal place for trekking and relaxing immersions. Within its territory Tazawa (423 m) is the deepest lake of Japan, but the main city Akita, where about 350,000 people live, has taken the lead in other aspects as well.

Local women are told to have the smoothest and glowingest skin compared to all other Japanese women. Another element makes Akita stand out among other cities. It has the largest canvas in the world, represented by a 20,5 m x 3,65 panel realized by the Japanese artist Leonard Tsuguharu Foujita in 1937.

He spent many years of his life travelling abroad to France, Latin America and the US, adding the name of Leonard to its real name in honour of Leonardo da Vinci. When in Japan again he was assigned by Masakichi Hirano, the promoter of the homonymous  Akita Arts Museum, to paint a large canvas which should represent city life.

Leonard Tsuguharu Foujita, who had already painted murals, decided to represent Akita with a huge oil painting divided into four sections according to the four seasons. Every section corresponds to a city event, beginning with winter on the left to describe everyday life with related symbols.

A bridge at the end of the first section seems to lead across the rest of the canvas to some celebrations, such as the famous Kanto Festival on the right side of the panel. That’s the reason why Leonard Tsuguharu Foujita entitled his large painting Akita-no Gyoji   – Akita’s events – and focused on the contrast between daily life and celebrations. Still nowadays the huge painting is classified as the largest canvas of the modern world.

La vera pizza italiana

Tricolore gastronomico

L’Italia in cucina

Il bello di una ricetta è che porta con sé la possibilità di essere modificata a piacimento, assaporando il gusto che le regole sono fatte anche per essere trasgredite, almeno in cucina. In un paese come l’Italia, contraddistinto da una miriade di realtà locali che ne fanno la sua grande ricchezza, ma allo stesso tempo possono far disperdere il fine comune, questo è quanto mai vero tra i fornelli.

Venditori di pizza da strada  negli anni '50

Venditori di pizza da strada negli anni ’50

Così come accade per la pasta, la pizza rappresenta l’eccezione che conferma la regola, costituendo un compromesso ben riuscito tra interessi locali ed elemento unificatore nazionale. Basti pensare alla Margherita e alla 4 Stagioni, diffuse su tutto il territorio italiano. Resta il fatto che  la si può mangiare sia ai piedi del Monte Bianco come sull’isola di Stromboli, ma è pur vero che sarà difficile poterla gustare con il pesce spada in Alto Adige  oppure con patate, speck e robiola di Roccaverano (formaggio delle Langhe) in una pizzeria di Reggio Calabria. Altrettanto vero è che difficilmente si potrà mangiare una vera pizza in Alaska o alle Isole Bermuda. Già, ma com’è una “vera pizza”? Si potrebbe tentare una risposta considerando le sue origini.

Forno a legna

Forno a legna

La pizza, intesa come composto di farina, acqua, sale, olio di oliva e lievito, condita con mozzarella e pomodoro, cotta preferibilmente in un forno a legna, nasce nel ‘700 con l’introduzione del pomodoro in cucina.

Il suo consumo prende piede in particolare a Napoli, dove sorge la prima pizzeria nel 1780. I napoletani, poi, vi aggiunsero le acciughe per elaborare la pizza Napoletana. Già nei secoli e nei millenni precedenti, tuttavia, era in uso una sorta di pane schiacciato cotto al forno tra numerosi popoli distanti tra loro nello spazio e nel tempo, dagli Egizi, ai Greci e ai Romani.

In Italia, l’impasto inizia a prendere il nome di “pizza”  come derivazione della parola “pitta” intorno al 16° secolo. Parola con cui ancora si indica un tipo di focaccia in alcune zone del sud Italia. Analogamente  “pita” indica una focaccia piatta  utilizzata come pane in alcuni paesi del Medio Oriente, ma già nel medioevo si definiva  l’impasto “pinsa” dal verbo “pinsere”  che significa schiacciare e macinare.  La pizza, come oggi la si conosce, seguirà poi gli italiani che emigrano all’estero, diffondendosi in tutto il mondo.

Orologio-pizza

Pizza-orologio

Detto questo, c’è chi continuerà a preferirla bassa e croccante, alta e soffice, condita con ketchup e patatine fritte, considerandola “vera” proprio perché piace così. Alla varietà degli ingredienti e alla fantasia del palato non c’è limite, ma resta ancora una volta difficile unificare un piatto nazionale con un’etichetta univoca.

Per far sì che non resti sempre “la solita pizza”, nemmeno se fosse inserita nelle liste di un ipotetico Partito della Cucina Italiana, ben vengano le mille e una variante, purchè restino fedeli il più possibile all’originale, altrimenti che pizze sarebbero?

The real Italian pizza

Recipes have an undoubted advantage inside, that is, ingredients can be changed as much as one likes. Thus, tasting the thrill  that rules are sometimes made to be disregarded, at least while cooking.

In a country like Italy full of local realities that make its fortune but at the same time may divert attention from a mutual interest, that is extremely true within the four walls of the kitchen.

Like pasta, pizza is the exception that  proves the rule. Both of them represent a successful compromise between local interests and a national unifying element. Just think of  Pizza Margherita and Four Seasons Pizza that can be found on the menus of every Italian pizzeria.  On the other hand, even if  a good pizza can be tasted  both at the foot of  Mont Blanc and on the Isle of Stromboli, it will be hard to have a pizza with swordfish in Südtirol or a pizza with potatoes, speck and Roccaverano robiola (cheese of the Langhe in Piedmont) at a pizzeria in Reggio Calabria.

And it will be not as easy to find a real pizza in Alaska or the Bermuda islands.  Yes, but what’s  a real pizza like? An answer could be hazarded according to its origins.

We must go back to the 17th century, when tomatoes were introduced in cooking to find the first classical pizza as a flat bread made of  flour, yeast  water, salt, olive oil,  topped with tomatoes and mozzarella cheese.

Its diffusion was particularly successful especially in Naples, where the first pizzeria was established in 1780. Then, Neapolitans  added anchovies on top and elaborated another cult pizza called for this reason “in the Neapolitan way”.

Anyway, a flat bread cooked in a wood oven was already present in several Mediterranean countries from the mists of time, so that we can say now that a forerunner of the present pizza was already eaten by the Egyptians, the Greeks, the  Romans and far more ancient inhabitants in the Mediterranean area.

The word pizza itself can be derived from “pitta”,   appeared around the 16th century to describe a flat bread similar to the Italian focaccia, the typical flat bread which differs from the pizza owing to the lack of the similar topping.  Curious enough is the fact that focaccia, which is spread all over Italy with many local varieties, is still called “pitta” in some areas of Southern Italy and  “pita” is the word to describe a kind of flat bread used so far in some countries of the Middle East. But another interpretation of the word “pizza” goes back to the Middle Ages when the flat bread was called “pinsa” fron the Latin, which means “ground, flatted”. The pizza, as we know it nowadays, followed Italian emigrants and it spread all over the world.

Apart from all that, there is someone who will always like it low and crunchy,  high and soft or topped with ketch up and chips and will consider it a real pizza, just because they like it in that way. There is almost no limit to the variety of ingredients and the taste imagination, but it’s  certainly hard to classify  this national dish under a unifying  label.

In order not to have always the same pizza, an expression used in Italy also to describe something annoying and monotonous, any kind of variations are welcome, unless they do not vary so much  from the original,  even if  they would enter the lists of an umprobable new Italian Cooking Party. If not so, what kind of  pizzas would they ever be?

Sulla Mendola con la funicolare più ripida d’Italia

Funicolare della Mendola, Alto Adige

Con un pendenza media del 40% che arriva al 65%, la funicolare della Mendola si pone tra le più ripide d’Europa e, in assoluto, come la più ripida d’Italia. Costruita nel 1903 su progetto dell’architetto svizzero Emil Strub con lo scopo di collegare la stazione di cura di Gries in provincia di Bolzano con il Passo della Mendola, la funicolare percorre un dislivello di 854 mt in soli 12 minuti.

Strada della Mendola

La storica funicolare effettua il servizio di collegamento partendo dalla frazione di Sant’Antonio nel comune di Caldaro (mt 509) fino alla stazione di arrivo al Passo della Mendola (mt 1.363). Grazie alle nuove cabine panoramiche, rappresenta un comodo e piacevole mezzo utilizzabile tutto l’anno, in alternativa all’automobile e alla strada tortuosa che porta al Passo.

Panorama dal Passo della Mendola

Sicuramente, è l’estate il periodo che invoglia maggiormente a salire sulla funicolare per sfuggire alla calura e raggiungere l’aria fresca del Passo della Mendola, da cui si può godere un magnifico panorama  ed avventurarsi per i numerosi sentieri.

Up to the Mendel Pass by the steepest funicular of Italy

With an average inclination of 40% up to 65% the Mendel funicular is one of the steepest railways in Europe and the steepest funicular of Italy. It was planned in 1903 by the Swiss architect Emil Strub to connect the health resort Gries in the province of Bolzano with the Mendel Pass.

The historic funicular works all year long and covers a difference in altitude of 854 m in only 12 minutes from Sant’Antonio in Caldaro area (509 m) up to the 1363 m high Mendel Pass. Thanks to the new panoramic cars the Mendel funicular is a pleasant alternative to the winding road used to reach the pass.

No doubt,  summer is the best season for such a trip to escape from  the heath and refresh at the Mendel Pass. The wonderful view on South Tyrol and the numerous tracks are the attractions waiting to be discovered at the end of the short journey by the steepest funicular of Italy.

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Auf den Mendelpass mit der steilsten Standseilbahn Italiens

Mit einer durchschnittlichen 40% Steigung  bis zu 65%  ist die Mendelbahn eine der steilsten Standseilbahnen Europas und die steilste Standseilbahn Italiens. 1903 wurde sie vom Schweizen Architekten Emil Strub geplannt, um Kurort Gries in der Provinz Bozen mit dem Mendelpass zu verbinden.

Die historische Standseilbahn fährt von St.Anton bei Kaltern (509 Meter) auf den Mendelpass (1363 Meter) und  überwindet einen Höhenunterschied von 854 Meter in 12 Minuten. Dank den neuen Panorama-Kabinen ist die  Mendel Standseilbahn eine angenehme Alternative in jeder Jahreszeit zu dem gewundenen Weg nach dem Mendelpass.

Der Sommer ist zwar die beste Zeit für eine solche kurze Fahrt, um der Hitze zu entfliehen und den frischen Pass zu erreichen, wo man eine schöne Ausblick auf Südtirol  hat und auf den unzähligen Pfaden wandern kann.

Voci precedenti più vecchie

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