Cineteca: 1984 – Il Grande Fratello

Mancavano pochi anni al 1984 quando la prof. d’inglese portò in classe “1984” di George Orwell.

Allora, correvano gli anni di piombo e il clima dentro e fuori dalla scuola non era certo dei più spensierati.

Resta il fatto, che la scelta della prof. era stata azzeccata perché aveva riscosso l’interesse generale.

Allora, si era abituati a chiedersi molte cose e lei, sanguigna e battagliera, ci spronava a tenere gli occhi aperti ed essere attenti e curiosi verso tutto ciò che accadeva intorno.

Pubblicato nel 1949, il romanzo fantascientifico ipotizzava una società autoritaria, iper-controllata, in cui anche il minimo pensiero autonomo era considerato un grave reato e un danno alla collettività, naturalmente da reprimere, punire e redimere con mezzi più o meno psico-sofisticati.

In questi folli tempi che ci tocca di vivere, farebbe bene rivedere il film, egregiamente costruito sulla trama dell’omonimo romanzo. Fosse solo per rendersi conto del pericolo sempre latente che incombe quando si inizia a non chiedersi più niente.

Quando si usano certe dialettiche belliche per parlare di problemi quotidiani che coinvolgono tutti, quando si dice “colpire” invece di dire “contattare”, quando si dice “massa” invece di dire “persone”, beh, qualche dubbio sorge spontaneo che “The Big Brother” non sia stato solo un romanzo e un film.

Almeno, per chi ancora si chiede qualcosa…

Insalata di farro e cavolo romanesco

Insalata di farro e cavolo romanesco

La famiglia dei cavoli, di solito, non incontra molta simpatia tra i consumatori. Probabilmente per via del relativo odore di cottura persistente e il più delle volte fastidioso.

Tuttavia, se questi ortaggi si consumano a crudo, possono risultare più gradevoli, a patto che si riesca a digerirli senza difficoltà.

Riuscire a includere brassicacee o crucifere – la famiglia dei cavoli – nella propria alimentazione non può che far bene, per l’apporto di vitamine C, B6, E, K, A, degli antitumorali glucosinolati, di fosforo, potassio e magnesio. Inoltre, come altre verdure a foglia verde, contengono leuteina e zeaxantina, con grande beneficio per la retina e la vista in generale.

Broccolo o cavolo romanesco

Consumate crude, però, sembrano inibire l’assorbimento dello iodio, per cui dovrebbe essere evitato un consumo eccesivo dell’ortaggio crudo per chi soffre di ipotiroidismo e optare per la cottura.

In ogni caso, 100 gr di cavolo verde crudo, compreso quello romanesco, contengono quasi 40.000 microgrammi tra leuteina e zeaxantina. Una quantità notevole, considerando che il fabbisogno giornaliero si aggira intorno a 6.000 microgrammi.

Ingredienti per due persone

100 gr di cavolo romanesco (solo le cimette)

100 gr di farro

capperi in aceto q.b.

olive verdi q.b.

olio di oliva – eventuale aceto e/o succo di limone

sale – pepe nero – eventuale aglio

Preparazione

Lessare al dente il farro in acqua salata e scolare bene.

Lavare 100 gr di cavolo romanesco, utilizzando solo le cimette e rimuovendo le parti più dure

Passare al mixer, insieme ai capperi, alle olive verdi e all’olio di oliva

Impiattare il trito di cavolo romanesco insieme al farro, aggiungendo eventualmente dell’aglio crudo tagliato a lamelle molto sottili (il sapore si disperde insieme agli altri ingredienti, risultando molto meno intenso)

Condire secondo i gusti, con olio di oliva, aceto o succo di limone.

Spolverizzare con poco pepe nero.

La ricetta si presta molto bene come piatto unico freddo da consumare nella stagione calda.

Eventualmente, sostituendo l’ortaggio con il comune cavolo verde, reperibile ormai in tutte le stagioni.

Periferia in aprile – di Antonia Pozzi

Intorno aiole
dove ragazzo t’affannavi al calcio:
ed or fra cocci
s’apron fiori terrosi al secco fiato
dei muri a primavera.
Ma nella voce e nello sguardo
hai acqua,
tu profonda frescura, radicata
oltre le zolle e le stagioni, in quella
che ancor resta alle cime
umida neve:
così correndo in ogni vena
e dici
ancora quella strada remotissima
ed il vento
leggero sopra enormi
baratri azzurri.

Quando lo Stretto di Bering era un ponte di terra

Beringia

Se i primi ominidi apparvero circa 2 milioni di anni fa nel continente africano, esattamente nell’attuale regione dell’Etiopia e della Somalia, 10 o 20 millenni potrebbero sembrare poca cosa.

10.000 o 20.000 anni, invece, sono delle belle cifre che mettono in gioco le sorti e i destini di svariati protagonisti, paesaggi e ambienti, a seconda della latitudine e della zona geografica di appartenenza.

È il caso della Beringia, ad esempio, un’ampia distesa di terra  che all’apice dell’ultimo periodo glaciale  nel continente americano (circa 40.000 anni fa) si estendeva in larghezza per quasi 2.000  km, unendo Alaska e Siberia, oggi separate dallo Stretto di Bering.

Si stima che questo immenso ponte di terra, detto anche pianura di Bering, sia stato attraversato  tra 40.000 e 20.000 anni fa da svariati flussi migratori di popolazioni provenienti dalla Siberia che si insediarono nell’attuale Alaska.  

Da lì non uscirono fino alla fine del periodo glaciale, intorno a 10.000 anni fa, quando i ghiacciai iniziarono a ritirarsi e a liberare enormi quantità di acqua, sommergendo le terre prima disponibili.

Gli Amerindi si divisero allora in due gruppi. Una parte si disperse per tutto il Nord America, mentre l’altro gruppo discese nell’America centrale e meridionale.

Ultimo periodo glacialeUltima era glaciale

Questo è ciò che racconta il DNA degli attuali discendenti dei primi nativi americani, comparato con quello dei pochi resti dei loro antenati, pervenuti dalla notte dei tempi.

La ricerca scarterebbe l’ipotesi che alcuni Solutreani, popolazione primitiva che popolava Francia e Spagna tra 30.000 e 10.000 anni fa, avessero costeggiato a bordo di fragili imbarcazioni la calotta di ghiaccio che ricopriva l’Oceano Atlantico settentrionale, unendo l’Europa al continente americano.

Di fasi glaciali, il pianeta terra ne ha vissute diverse, con temperature che non furono mai costantemente gelide dopo il picco massimo di freddo. Si alternavano, infatti, lassi di tempo più o meno lunghi, nell’ordine di alcuni secoli, con un clima più mite.

La curiosità è che ad ogni periodo glaciale precede un innalzamento delle temperature, con estati più calde che fanno evaporare gli oceani, provocando piogge abbondanti che ad alta quota si trasformano in neve, a beneficio dei ghiacciai esistenti.

La causa di questi fenomeni ciclici va ricercata nelle variazioni dell’orbita e dell’inclinazione dell’asse terrestre , che modificano l’irradiazione della luce solare sulla terra.   Una vecchia tradizione terrestre, con cui l’essere umano ha sempre dovuto fare, e deve fare soprattutto oggi, i conti per la sua sopravvivenza.

L’Italia nell’ultimo periodo glaciale

Se il ghiaccio avanza, il mare si ritira e lascia libere le terre prima sommerse. Se il ghiaccio si ritira, il mare si alza, sommergendo le terre prima disponibili.

L’Italia stessa, nell’ultimo periodo glaciale, era molto più larga e tozza, con ampie strisce di terra al posto degli attuali litorali, isole inglobate tra loro o alla terraferma.

A differenza di altre zone più a nord, il clima non era così proibitivo, permettendo l’esistenza di una ricca fauna e foreste lussureggianti che ricoprivano gran parte del territorio, invogliando le popolazioni di passaggio a rimanervi, almeno fino alla fine dell’ultimo periodo glaciale.

Fino a 12.000 – 11.000 anni fa, epoca che corrisponde a quel periodo, la stragrande maggioranza degli italiani di allora aveva, infatti, la carnagione più scura, ereditata da migrazioni di popoli  provenienti dall’est Europa.

Gli stessi, si spostarono di nuovo verso il centro e il nord  Europa, quando i ghiacciai iniziarono a ritirarsi, e furono sostituiti da flussi migratori provenienti dal Medio Oriente che entrarono dall’Italia meridionale, lasciandoci in eredità la loro carnagione più chiara.

Cineteca: Storia e teatro al cinema – Riccardo III

Diabolico, subdolo, intrigante e malvagio. Questo è il ritratto di Riccardo III, duca di Gloucester, consegnato alla storia.

Ma a riscattare la sua memoria esiste un’associazione con oltre 3.500 iscritti che la pensano diversamente. La fama dell’ultimo regnante della Casa di York, sanguinario e senza scrupoli, sarebbe stata solo un’opera di diffamazione ben congegnata. Fu una propaganda politica sleale da parte dei Tudor per legittimarsi nel spodestarlo dal trono, esagerando apposta anche sui suoi difetti fisici.

Claudicante, un po’ gobbo, un braccio e la mano deformi, pare, fossero i tratti giusti per rendere verosimile la natura maligna della sua personalità, amplificando la realtà di un corpo affetto solo da scoliosi.

Questo è il principio che promuove l’associazione per il suo riscatto morale e, in parte, il risultato degli scavi in un parcheggio a Leicester, situata a 150 km da Londra, quando furono ritrovate le sue spoglie nel 2012.

Da ciò, l’appellativo di “Re del parcheggio” per Riccardo III, divenuto così “The King of the Parking” con relativa cerimonia solenne postuma al suo ritrovamento.

La sparizione, nel 1483, del giovane erede al trono e di suo fratello, alla morte del padre Edoardo IV, fratello di Riccardo ancora duca, fu il fatto più eclatante che gettò la luce nefasta sul personaggio. In quel frangente, fu sospettato di avere fatto uccidere i due giovani nipoti, rivali al trono, per impossessarsi della corona dopo soli tre mesi.

Di certo, la fine dell’ultimo regnante della Casa di York, fu davvero una brutta fine, che lo vide cadere sconfitto a Bosworth Field, dove forse pronunciò la famosa frase “Il mio regno per un cavallo” dopo essere stato disarcionato.

Il suo corpo non fu mai trovato e la leggenda raccontava che fosse stato gettato in un fiume.

Gli storici, gli archeologi e gli studiosi che hanno esaminato lo scheletro ritrovato a un paio di metri sotto il parcheggio, in quello che era stato un convento di frati, hanno ricostruito un esito finale davvero cruento della sua breve carriera da sovrano durata solo due anni. Inoltre, il DNA di un suo discendente di 17a generazione ha confermato la veridicità del ritrovamento.

Passando dalla storia al teatro, ci pensò Shakespeare un secolo dopo la morte di Riccardo III, a fomentare e tramandare la sua pessima reputazione nel famoso dramma a lui dedicato.

Di shakespeariana memoria sono poi seguite moltissime versioni teatrali sul medesimo soggetto.

Ma arrivando al cinema, non dovrebbe mancare nella videoteca privata degli appassionati di film storici, la versione cult del 1955 con l’insuperabile Laurence Olivier nei panni del perfido Riccardo.

Doppiato in italiano da Gino Cervi, il film offre ben 160 minuti di full immersion nella classica versione ultra-dark del personaggio.

Metrodora e l’aromaterapia

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“Prendi solo quello che ti serve” non è solo una massima di vita, ma anche il consiglio di Metrodora per dosare in giusta quantità gli ingredienti di un impacco rigenerante da lei creato.

Metrodora, chi era?

Se la sua collocazione storica è incerta, pare fosse nata fra il 200 e il 400 d.C., quella geografica è sicura; l’Egitto, da tempo inglobato nelle province dell’impero romano.

All’incirca di quel periodo sono pervenuti ritratti molto realistici di personaggi ben curati, i cui lineamenti possiamo trovare ancora oggi nei paesi mediterranei (incluso il nostro), a prova del fatto che la cura della persona è sempre stata una pratica diffusa.

Ritratti del Fayum, Egitto (100. a.C- 300 d.C.)

Tra una scorreria e l’altra, la fame, le malattie e la miseria, vi erano momenti di relativa pace e prosperità che inducevano a occuparsi anche dell’aspetto e del benessere fisico, oltre alla necessità principale di sopravvivere.

Considerando gli ingredienti dei preparati di Metrodora, sembra che molti fossero di facile reperibilità; euphorbia, pepe, alloro, semi di lino, latte, aceto, farina di frumento, fieno greco, argilla, saponaria, ciclamino, per citarne alcuni. Ne consegue che numerosi dei suoi preparati non fossero solo appannaggio dei benestanti. Bastava fare un giro nell’orto, tra le piante che crescevano spontanee nei dintorni e sacrificare piccole scorte di alimenti nella dispensa di casa.

Ma Metrodora non era solo un’esperta in cosmetica. Era soprattutto una medichessa, donna medico, medica o come dir si voglia. La prima, nella storia, a scrivere un trattato medico, meticolosamente redatto in ordine alfabetico e dal titolo ” Delle Malattie delle Donne”.

Particolarmente ferrata in tematiche femminili, si occupava anche di disturbi di altro genere, tra cui quelli febbrili e malaria, gastrici, reumatici e da trauma, attingendo dagli insegnamenti di Galeno e Andromaco.

Ma nelle sue ricette non potevano mancare anche quelle che contemplavano la profumazione degli ambienti. L’utilizzo della fumigazione e degli incensi, infatti, non era solo una pratica sacrale per propiziarsi la benevolenza divina, ma serviva anche per purificare l’ambiente e il vestiario.

E con gli agenti patogeni gli antichi dovevano conviverci abitualmente, pur non sapendone quasi nulla, ma almeno non disponevano né di mezzi né di capacità per maneggiarli, spezzettarli, ricomporli e disperderli volontariamente o per negligenza.

Così, Metrodora consigliava la fumigazione di resina di benzoino (Styrax officinalis) dalle proprietà antibatteriche, di aquilaria (l’attuale agarwood) dal profumo intenso, antinfiammatorio, antiasmatico e rilassante, di sandalo, antisettico e decongestionante, di incenso, dalle proprietà antibatteriche.

Inoltre, suggeriva di bruciare chiodi di garofano, dalle proprietà antisettiche ed antibatteriche, radice di iris, dalle proprietà antinfiammatorie (tuttora utilizzata in età infantile da masticare all’inizio della dentizione per alleviare il dolore), lavanda, dall’effetto antibatterico, legno di rosa, dalle virtù antinfettive e legno di gelsomino, dalle proprietà antispasmodiche e analgesiche.

Si cercava, insomma, di sopperire alla mancata conoscenza di allora con quanto la natura metteva a disposizione, sempre nella giusta misura e in base all’esperienza acquisita.

Vivere mini, ma al massimo

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Container dismessi, ex-vagoni, ex-autobus, case in legno da montare, case su ruote più o meno piccole. Queste, sono le soluzioni abitative che stanno prendendo piede in giro per il mondo.

Il tiny (minuscolo) life-style è molto diffuso soprattutto nei paesi di mentalità anglo-sassone: nord-America, Nuova Zelanda, paesi del nord Europa, ma molto più raro nei paesi mediterranei, come il nostro, se non del tutto assente.

Probabilmente, è soprattutto la mancanza di normative che contemplano questo tipo di residenza a fare da deterrente. Da noi, tutto ciò che serve come residenza abituale, roulotte compresa, deve rispettare una lunga serie di regole e divieti riguardanti gli allacciamenti, la rete fognaria, le tasse da pagare ecc. Evidentemente, il rischio più o meno diffuso di abusivismo edilizio ha portato a un’infinità di costi e cavilli burocratici.

Di conseguenza, si potrebbe prendere in considerazione una piccola abitazione recuperata da un container dismesso, ad esempio, solo in alcuni rari casi.

Il costo in sé sarebbe il fattore meno rilevante, considerando che lo si potrebbe acquistare sul mercato italiano a un prezzo tra 600/700 euro e circa 3.000 euro, a seconda della grandezza, dei viaggi che ha compiuto, dell’anno di costruzione e delle condizioni.

Servirebbe poi una certa capacità di sacrificio, dinamismo e manualità per poter effettuare, almeno in parte, da soli le migliorie e i vari adattamenti per renderlo vivibile: realizzare le finestre, tagliare la lamiera e montare i telai, provvedere all’isolamento – soprattutto interno – razionalizzare gli spazi, utilizzare fin dove è possibile materiale di recupero e andarselo a cercare.

Insomma, tutto questo comporta tempo, abnegazione e un po’ di soldi.

Ma, oltre alla parte burocratica e di progettazione, la collocazione di un container per viverci pone naturalmente la domanda “Sì, ma dove?”

Non tutti hanno lo fortuna di disporre di un terreno edificabile residenziale di proprietà, perché alla luce dei fatti, questa è la premessa principale.

Ma se il comune concede i permessi, l’avventura ha inizio.

Pannelli solari sul tetto, stufa a legno e cucina economica (sempre che non ci sia il divieto di bruciare la legna, causa inquinamento), tavoli e tavolini a scomparsa, contenitori che diventano divani e / o letti e viceversa, soppalchi ecc.

Se ci si può allacciare alla rete idrica, fognaria, elettrica e del gas, il container diventerà a tutti gli effetti più che vivibile.

Altrimenti, resta la scelta più ruspante off-grid (fuori rete): gas in bombole, serbatoi per l’acqua, il wc compostante (compost toilet), se è permesso, illuminazione con candele e torce a ricarica solare, una vecchia stufetta a legna per scaldarsi.

Questo, sarebbe in realtà lo spirito di chi, circa vent’anni fa, ha dato il via al movimento tiny house, quando l’eco-sostenibilità era molto meno d’attualità.

Vero è che sull’onda di questo nuovo stile di vita, che si ispira alla sobrietà del passato, possono risultare soluzioni abitative davvero sorprendenti e innovative, soprattutto se chi le attua ha la fortuna di vivere in contesti naturali straordinari.

Ex Riseria Gariboldi e dintorni – Milano

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Ex riseria Gariboldi, Milano

Inizia nel 1889 la storia della riseria Gariboldi, oggi stabilimento dismesso e video sorvegliato, a due passi dal Naviglio Pavese.

In quell’anno, l’omonima famiglia si insediò nella zona e diede il via ad un’ estesa coltivazione del riso, diventando nella seconda metà degli anni ’30 una delle maggiori aziende produttrici di riso parboiled. Questo tipo di riso, largamente utilizzato, ha la proprietà di tenere molto bene la cottura grazie allo speciale trattamento a vapore dei chicchi.

La fervida attività della Gariboldi fu interrotta nei primi anni del 2000. L’azienda fu poi ceduta a un grande gruppo industriale del settore.

La produzione fu così trasferita in Lomellina per disporre più facilmente della materia prima, ma anche per buona pace del vicinato a causa della rumorosità del grande impianto.

Infatti,  se un tempo lo stabilimento era delimitato in gran parte solo da campi e risaie, nel corso degli anni l’urbanizzazione l’ha pressoché circondato.

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Abitato presso ex riseria Gariboldi – Milano

Ancora in città, ma già in sentore di campagna e sulla strada che porta a Pavia, restano accanto ai grandi silos e all’intreccio delle tubature con le lamiere, alcune case decorosamente sopravvissute.

Come un antico borgo, sembrano fargli compagnia.

Perfino il cielo insolitamente azzurro limpido, complice il vento,  e le fioriture primaverili sembrano confortarlo nel suo silenzio spettrale in attesa di un incerto destino che lo porterà verso lo smantellamento definitivo o al recupero intelligente.

Torta melarancia al cacao

Torta melarancia al cacao

Flavanoli e xantine fanno del cacao, amaro s’intende, un potente antiossidante a beneficio soprattutto dell’apparato cardiovascolare, dell’attività cerebrale e dell’umore. Quindi, il suo consumo non esagerato ne fa un ottimo sostituto del cioccolato commerciale. Preparato preferibilmente a freddo, con poco olio di semi, pochissima acqua e xilitolo naturale, valorizzato da spezie, frutti di bosco, polpa di frutta ecc. diventa una crema personalizzabile secondo i propri gusti.

Ma l’abbinamento cacao e arancia resta uno dei più classici, come in questa ricetta.

Ingredienti

200 gr di farine miste (qui, farina di farro e farina integrale di grano tenero)

1 arancia bio (maturata al sole di Sicilia…)

cacao amaro di qualità (possibilmente bio…) – 2 cucchiai

1 bustina di cremor tartaro + 1 cucchiaino scarso di bicarbonato

xilitolo naturale (preferibilmente di betulla…) – qui 30 gr.

olio di semi di girasole – 4 / 5 cucchiai

1 o 2 mele ( a seconda della grandezza…)

Preparazione

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Lavare l’arancia e togliere la scorza con un pelapatate. Quindi, sminuzzarla finemente con la mezzaluna. Prenderne una parte abbondante e riporre in frigo la restante.

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Ridurre a pezzettini l’arancia, privata della pellicina bianca, e la/e mela/e.

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Unire le farine, la scorza d’arancia tritata, il cremor tartaro e il bicarbonato. Mischiare bene e aggiungere l’olio di semi e la frutta.

Incorporare acqua sufficiente per ottenere una consistenza morbida e cremosa. Lavorare bene l’impasto (possibilmente con un cucchiaio di legno…)

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Rivestire una teglia ø 25 cm con carta da forno bagnata e ben strizzata (per renderla maggiormente malleabile…) e poi leggermente unta con olio di semi.

Versare l’impasto, livellando la superficie.

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Mentre la torta cuoce in forno, preparare la crema, unendo in una ciotola il cacao amaro, la scorza d’arancia tritata, un cucchiaio di olio di semi, un cucchiaio scarso di xilitolo naturale e pochissima acqua. Mischiare accuratamente gli ingredienti e porre in frigo.

A cottura ultimata, cospargere la superficie con la crema al cacao, oppure, se la torta risulta piuttosto alta, tagliarla lungo la metà e farcirla.

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Torta melarancia con crema di cacao e scorza di arancia

Plumcake al cacao e nocciole per colazione

Plumcake al cacao e nocciole

Un plumcake a base di cacao per una marcia in più, da preparare preferibilmente la sera prima per il giorno seguente. Ingrediente base è un ottimo cacao dal sapore e dell’aroma robusto, possibilmente bio. Il suo profumo durante la cottura aleggerà in cucina e per casa. Anticiperà un’invitante colazione per iniziare un nuovo giorno con il piede giusto.

Ingredienti

200 gr farine miste (qui, 100 gr di farina di farro bio + 100 gr di farina integrale di grano tenero)

30 gr cacao amaro bio

100 gr nocciole pelate

20 gr olio di semi di girasole

xilitolo naturale di betulla (qui 30 gr)

1 bustina di cremor tartaro + 1 cucchiaino scarso di bicarbonato

Preparazione

Unire alle farine il cacao, lo xilitolo, il cremor tartaro e il bicarbonato, mescolando bene. Ultimare con le nocciole e l’olio di semi. Ottenere un composto denso e cremoso, aggiungendo poca acqua alla volta. Mescolare a lungo per incorporare aria, rendendo ancora più morbido il risultato finale.

Versare l’impasto in uno stampo per plumcake foderato con carta da forno bagnata e ben strizzata, poi unta con poco olio di semi.

Cuocere in base al proprio forno. Se a gas, per minimo un’ora a temperatura massima.

Far raffreddare e servire preferibilmente dopo alcune ore, permettendo ai vari sapori di amalgamarsi al meglio, considerando la modesta quantità zuccherina.

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