Donne con le ali: Amelia Earhart

Amelia Earhart (Atchison, 24 luglio 1897 – Oceano Pacifico, dispersa il 2 luglio 1937)

Amelia Earhart (Atchison, 24 luglio 1897 – Oceano Pacifico, dispersa il 2 luglio 1937)

Se ogni vita è speciale a modo suo, quella di Amelia Earhart, lo è stata ancora di più. Nata nel Kansas nel 1897 e cresciuta secondo i classici canoni vittoriani, scoprì a 23 anni che il volo, e non un matrimonio tradizionale, era la sua vera vocazione. Forse, per scongiurare la noia e il timore che non potesse mai accadere nulla di nuovo.

La ispirarono i voli acrobatici degli aerei in legno e stoffa a cui aveva assistito per la prima volta, in compagnia del padre.

Amelia Earhart

Amelia Earhart

Risoluta, si mise a guidare i camion per mettere da parte i soldi e prendere il brevetto di pilota, seguito poi dall’acquisto del suo primo aeroplano. Anni dopo, riuscì a comprarne un altro, questa volta, un bimotore costruito in metallo, che fece dipingere di giallo fiammante.

Se non fu la prima vera donna pilota, preceduta da altre che all’inizio si erano perfino avventurate da sole in mongolfiera, fu in ogni caso la prima a osare imprese mai realizzate fino ad allora.

All’insegna del motto “Voglio tutto e sempre” e confidando sempre nella fortuna, nel 1928 fu la prima donna pilota ad attraversare  l’Atlantico e nel 1932 la prima ad effettuare un volo coast-to-coast con partenza e arrivo a New York.

Infine, inseguì il sogno di fare il giro del mondo, volando sopra l’equatore.

Nonostante mesi di addestramento, l’impresa fallì. Si persero le sue tracce a due terzi del tragitto, esattamente a 4.500 km dalla Papua Nuova Guinea e a 8.350 km dalla costa messicana.

Amelia Earhart

Amelia Earhart

La sua scomparsa, presto divenuta uno dei più grandi misteri nella storia dell’aviazione, ha aperto la strada a svariate ipotesi. Dallo spionaggio, alla presunta scelta di restare a vivere tra i pescatori su un’sola incontaminata della Papua Nuova Guinea. Dalla cattura e relativa soppressione da parte dei Giapponesi fino al più probabile incidente aereo.

Gli ultimi segnali radio farebbero infatti pensare alla necessità di doversi alzare parecchio di quota per evitare le nuvole fitte e il forte vento, in una zona del mondo e del cielo che risente di repentini cambiamenti atmosferici.

Uno sforzo, per gli aerei di allora, che richiedeva un pericoloso  ed eccessivo utilizzo di carburante, con il conseguente rischio di esaurirlo tutto proprio mentre si era in volo.

Oppure, esausta dopo diciotto ore di volo, avrebbe affidato il comando del velivolo  al navigatore Fred Noonan, con cui condivideva l’abitacolo. Già noto per i suoi problemi con l’alcol, l’uomo avrebbe contribuito all’esito nefasto dell’impresa.

Dopo due settimane dall’ultimo contatto radio, le ricerche furono sospese, e il fatto quasi dimenticato.  Sì, “quasi”, perché nei decenni successivi,  furono fatti  di tanto in tanto alcuni tentativi per svelare il mistero. L’ultimo, in ordine di tempo, ricondurrebbe ad alcuni presunti resti della donna, trovati sull’isola di Nikumaroro nell’arcipelago delle Isole della Fenice, in pieno Atlantico.

Amelia Earhart

Amelia Earhart

La loro veridicità, tuttavia, si baserebbe sulla tesi che “Finché non viene provato il contrario, vale l’ipotesi che lo sia”.

Comunque sia andata, pensando ad Amelia Earhart, donna eclettica e anticonvenzionale, che si era dedicata anche alla poesia e alla fotografia, sorge spontanea una domanda: “Ma così speciali e fuori dal comune, si nasce o si diventa?”

 

Maggio in fiore

Pyracantha Navaho, a bacca arancione

 

La stessa, in versione autunnale…

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Oltre le apparenze: torta Quaranta alla melarancia

Torta Quaranta alla melarancia

Torta Quaranta alla melarancia

Vista cosi, potrebbe anche non dire niente. Eppure, accompagnata da una semplicissima salsa per torta, la “Quaranta” si arricchisce di un suo valore, nel contrasto fra l’amaro del cacao e il dolce naturale della frutta, con un tocco di noce moscata.

Capita, a volte, di alzarsi molto tardi, mentre gli altri umani dagli orari normali hanno già finito di pranzare. Ancora troppo imbambolati per pensare di consumare un vero pasto, e troppo tardi per fare colazione, che fare?

Corre in aiuto la torta Quaranta, possibile  alternativa per tirare fino a sera, senza vuoti di stomaco. Al massimo, si rimedia a cena, con un piatto di sola verdura.

Dà la giusta carica per risvegliarsi, dopo che mente e fisico hanno voluto restare nel regno di Orfeo il più possibile per recuperare il sonno arretrato e il meritato riposo.

Ingredienti:

40 gr di cocco grattugiato – 40 gr di farina di grano saraceno – 40 gr di frutta secca (nocciole + noci, oppure solo mandorle) 2 mele – 1 arancia – noce moscata – un pizzico di sale – olio di semi di girasole – 1 tazzina di caffè aromatizzato (facoltativo) – 2 cucchiai pieni di cacao (qui, amaro)

Preparazione :

Unire la farina di grano saraceno al cocco. Aggiungere un pizzico di sale, la noce moscata grattugiata, 1 mela grattugiata, la frutta secca spezzettata grossolanamente, il cacao e il caffè. Mischiare bene e, in ultimo, incorporare 2 cucchiai di olio di semi di girasole,

A parte, spremere mezza arancia, unendo al succo una mezza mela grattugiata. Passare al mixer e spolverare leggermente con la noce moscata. Coprire e riporre in frigo.

Si può cuocere in un tegame piccolo antiaderente (leggermente unto con l’olio di semi), a fuoco basso e coperto, per circa 30 minuti, rigirandola a metà cottura.

Fare intiepidire e accompagnare con la salsa alla melarancia, che non ha nulla da invidiare alle solite marmellate tradizionali zuccherose e stucchevoli.

 

 

 

Luoghi comuni, di comune in comune


Serpeggiano, in questi tempi forzatamente casalinghi, molti luoghi comuni.

Alcuni, perfino pagati per farlo, indagano, sondano, traggono conclusioni sui nuovi “trend” del momento per ipotizzare il futuro, come se nel momento attuale, quanto mai abnorme e imperscrutabile nelle sue future evoluzioni, si potessero gettare le basi per formulare congetture statistiche e precise.

Viene da pensare che forse, proprio perché sono venute meno le cose da fare, qualcuno deve pur far passare il proprio tempo.  A elaborare scenari di vario tipo, per esempio.

Ma su che basi, visto che l’unica certezza che ci rimane è quella della fatica e dell’impegno di vivere il momento, sperando nella rinascita più o meno imminente?

Tra disfattisti e pessimisti a oltranza che prevedono la catastrofe generale e romanticoni sognatori che ipotizzano il sorgere di una new age alla fine del tunnel, forse c’è una via di mezzo; quella di non cadere nei luoghi comuni.

Alcuni di questi riguardano la dimensione solitaria e casalinga in cui molti di noi sono attualmente confinati.

E allora si alza un grido d’allarme sulle donne che sembrano tornare a essere relegate tra le quattro mura a cucire, a fare torte e pane in casa, a pulire e a farsi la tinta da sole, invece che uscire a portare a fare l’orlo dei pantaloni al negozietto dietro casa, o comprare dolci e pane alla boutique dei prodotti da forno, a chiamare la “donna” delle pulizie o andare dalla parrucchiera.

Beh, ci sono donne che puliscono casa, cucinano, si dedicano al cucito e si fanno la tinta da sole da anni. Se per necessità o virtù, saranno fatti loro.  Allo stesso modo di come si dedicano alla dimensione casalinga, viaggiano, fanno sport, fanno cose e  vedono gente, se ne hanno voglia, e non per questo corrispondono al vecchio modello femminile che tace, ubbidisce e acconsente.

Altri gridi di allarme si levano sul disagio, che sarebbe maggiore per chi vive solo, di essere reclusi a casa. Dipende. Se l’alternativa è dover condividere lo spazio, poco o tanto che sia, con chi si è ai ferri corti da un pezzo, oppure temere che l’altro possa far entrare in casa il nemico invisibile attualmente dilagante. Beh, delle tre, la cosa migliore è di gran lunga la prima.

Che dire, poi, della vita sociale praticamente assente, delle lunghe giornate noiose, senza impegni, che non passano mai e deprimono? Quanti rimpiangono i giorni super impegnati, tra palestra, apericena, pizzate, cinema, mostre, incontri ecc. e poi ancora palestra, apericena, pizzate, cinema, mostre, incontri ecc. ecc.

Ma dovendosi fermare per forza, in una dimensione temporale surreale come questa, non è che magari venga il dubbio che molti di quegli impegni si prendevano solo per cercare di riempire un vuoto che non si voleva considerare?

Che si poteva fare a meno dover rendersene conto a causa di una stramaledetta entità biologica dalle dimensioni misurabili in nanometri, non c’è dubbio.

Ma se sognare una casa, nel linguaggio dei sogni, rappresenta il sé e proprio per questo può apparire grande e spaziosa, luminosa o tetra, accogliente o in rovina, ci si dovrebbe chiedere se il vuoto tra le pareti domestiche esisteva già da prima. Solo che adesso, è lì a reclamare impietosamente la sua presenza.

E allora, si può scoprire, che al di là dei luoghi comuni di ogni periodo e luogo, quello che importa veramente è come si vive dentro la propria casa interiore, che ci si porta sempre appresso come il guscio la lumaca.

Poco importa se qui o là, prima o dopo, o se qualcuno passa il suo tempo a catalogare, classificare e inquadrare le persone, inseguendo stereotipi e luoghi comuni.

 

 

 

Piatto sfizioso con speck e catalogna

 

Speck e catalogna

Speck e catalogna su base di farine miste

Il mese di aprile è l’ultimo periodo dell’anno per raccogliere la catalogna, verdura tipicamente invernale e d’inizio primavera.  Con un po’ di fortuna, di questi tempi, la si può trovare ancora bella, croccante, fresca e a un prezzo più che ragionevole nel reparto verdura di qualche supermercato.

Detto, fatto. Una volta pulita, privata solo della parte finale, tagliuzzata, fatta lessare in poca acqua, sale e un po’ di pepe, può diventare una crema deliziosa.

Utilizzata come condimento a un piatto di pasta, preferibilmente integrale, di grano saraceno, di sorgo ecc. può essere unita ad altri ingredienti, come in questa ricetta salata anti-tristezza.

Catalogna

Ingredienti

Catalogna – farine miste per un totale di circa 100 gr. Qui sono stati utilizzati 70 gr di farina di grano saraceno, 20 gr. di farina di farro e 10 gr. di farina di segale – olio di oliva – sale –  pepe – 1 spicchio di aglio – speck – formaggio tipo fontina, Asiago o Montasio.

Preparazione

Passare al mixer la catalogna (precedentemente cotta in poca acqua, sale e pepe),  aggiungendo uno spicchio di aglio, un cucchiaio di olio di oliva ed eventuale acqua. Il risultato finale deve essere simile al classico pesto.

Creare una base molto sottile con le farine. Mescolarle in una terrina, insieme a sale q.b. , un cucchiaio di olio di oliva e acqua, fino ad ottenere una consistenza densa e cremosa.

Versare il composto in un tegame antiaderente, leggermente unto con olio di oliva. Coprire e cuocere per 20 / 25 minuti, rigirando a metà cottura.

Bieta costa

Bieta costa

La cottura ottimale dovrebbe avvenire su piastra elettrica.

A cottura quasi ultimata, coprire la superficie con la crema di catalogna, lo speck privato del grasso e tagliato  a listelli e, in ultimo, il formaggio.

Si può utilizzare la bieta costa invece della catalogna, per un sapore meno intenso.

 

 

 

Io c’ero, e ve lo racconto

Ogni cosa, alla fine, ha tre costanti: un prima, un durante e un dopo.

Un prima, che può essere negato, sottovalutato, sfidato o del tutto inaspettato.

Un durante, faticoso, doloroso, vilipeso o riscoperto e sorprendentemente rivalutato.

Un dopo, da ipotizzare, progettare ed attendere.

Filo comune che unisce prima, durante e dopo è il tempo.

Un tempo che, di questi tempi appunto, si dilata, opprime o facilita, permettendo di occuparsi di altro.

Come il sogno nel cassetto di scrivere un’autobiografia, per esempio, digitando idee e spunti sulla tastiera di un pc, tablet o  smartphone.

Carta e penna sono diventati introvabili vicino a casa, con le cartolerie chiuse e gli scaffali della cancelleria off-limits nei supermercati.

Ma se proprio non si può fare a meno di scrivere in modo tradizionale per mettere insieme parole e pensieri, si può sempre frugare negli armadi e nei cassetti.

Ecco, allora, che oltre a mozziconi di matita, pennarelli e penne mezze consumate, saltano fuori agende vuote, regalate e omaggiate in tempi più o meno recenti, che sembrano lontani anni luce.

Periodi in cui mai si sarebbe immaginato l’attuale dopo, che è diventato il presente.

Un presente, con il suo bagaglio di tempo fin troppo disponibile, di cui in molti avrebbero volentieri fatto a meno.

Ma c’è chi, nell’emergenza, ci vive da sempre e si è fatto gli anticorpi grandi come una casa o resistenti come un bunker anti-atomico per sopravvivere nella quotidianità.

Segregazione domiciliare a parte, poco cambia per loro.

Un presente che già agli albori, con quella strana coincidenza di due 20 consecutivi, aveva forse gettato qualche dubbio e presagio nefasto tra gli appassionati di  numerologia.

Qualcuno di loro, probabilmente, aveva ravvisato qualche sciagura nascosta tra i vari significati del numero 20, vale a dire il castigo e la benevolenza del Cielo.  Qualcun altro, invece, avrà finalmente una scusa plausibile per sottrarsi al pranzo della domenica e delle feste.

Qualcun altro, al contrario, lo rimpiangerà profondamente.

In ogni caso, chiunque potrà dire di esserci entrato davvero nella storia.

Dal nipotino al bisavolo, generazioni lontane ma accomunate e condizionate dalla stessa emergenza, potranno così popolare  le pagine della famosa autobiografia in fondo al cassetto, nel capitolo dal titolo “Io c’ero, e ve lo racconto”.

 

Un bicchiere mezzo pieno…

Acqua, aria, fuoco e terra. Il mondo, alla fine, è uno solo, che lo si voglia o no.

È sempre stato così, dalla notte dei tempi, ma mai come oggi quello che uno fa vicino a casa propria può ripercuotersi in poco tempo a migliaia di chilometri, diventando una catena “globale” di cause, effetti ed eventi.

Globale, guarda caso, deriva da “globo” e relativi sinonimi: sfera, terra, pianeta, mondo, così può esistere l’economia globale, un problema globale, un fenomeno globale ecc…, ma anche una responsabilità globale.

A parte i derivati di “mondo”, sarà meno probabile avere a che fare con un’economia, un problema, un fenomeno e una responsabilità sferica, terrestre o planetaria.

Freddura e gioco di parole a parte, o calembour come dir si voglia, in tanti si stanno vivendo tempi incerti su questo globo. Non che sia sempre stato tutto facile, lo sappiamo bene.

Ma quando si affaccia all’orizzonte qualcosa di nuovo che preoccupa, minaccia e condiziona, sorgono spontanee alcune domande.

Una di queste, ruota intorno a una parola di sole sei lettere: perché?

Perché ci deve pur essere un inizio, una causa, un effetto e una catena di eventi che favorisce l’apparire di qualcosa di nuovo e inquietante.

Ma grattando la vernice solo di poco, si scopre che, in realtà,  quel nuovo sa di vecchio, che il famoso “globo” ha già vissuto.

Cambiano i nomi, le caratteristiche, i periodi storici e le dinamiche, che hanno lasciato e lasceranno i loro segni nel DNA umano.

Perché, alla fine, si trova quasi sempre un modo per difendersi da un problema, se non si è riusciti ad evitarne la causa.

Nel fagocitare di numeri, di  veri o presunti fattori scatenanti, di paure comprensibili o esagerate e di quant’altro non è facile restare lucidi e nemmeno accantonare la preoccupazione con un generico “stai sereno”.

Al grande punto interrogativo che appare nell’orizzonte personale di ognuno, risponde, in parte, il tempo che viene riscoperto col mutare delle abitudini quotidiane.

Così, per quanto possibile e assurdo, si riscoprono modi dimenticati di utilizzare le ore e le giornate. Un tratto di strada appare diverso se si percorre a piedi, piuttosto di condividere la vicinanza forzata, respirando la stessa aria del vicino.

Ore e giornate svuotate da obblighi sociali e lavorativi, offrono la possibilità di occuparsi di cose che normalmente si trascurano o diventano noiose incombenze, nell’attesa che tutto ritorni come prima. Anzi, si spera, meglio di prima.

Perché dalle difficoltà se ne può uscire perfino rinforzati. Di solito è così.

Nel frattempo, laviamoci spesso le mani, stiamo a distanza di sicurezza e RESTIAMO A CASA!!!!!!!!

Sogno di metà inverno: Madeira

Madeira, Azzorre

Pare che alle Azzorre si dica che se il tempo non convince, è meglio aspettare mezz’ora. Forse, parafrasando Mark Twain che diceva quasi la stessa cosa, ma riferendosi ad altre latitudini, con la frase “Se non ti piace il tempo nel New England, aspetta qualche minuto.

Variabilità meteorologica a parte, che fa correre dietro al sole, inseguito dalle nuvole e dalla pioggia che cade a pochi km di distanza, l’arcipelago delle Azzorre gode di un clima temperato. Non solo, la natura è lussureggiante ed aspra, collinare e verdeggiante, ma anche dominata dalle rocce laviche. Ci si può immergere nelle acque pulitissime dell’Atlantico, che però può diventare impetuoso.

Su tutto prevale il blu profondo del mare, l’azzurro limpido del cielo, quando e dove è sereno, il verde acceso della vegetazione e i colori vivaci dei numerosissimi fiori e delle rigogliose fioriture tropicali: strelizie, hibiscus e ortensie , ginepro, erica, alberi di ananas, agrumi e banane, coltivazioni di tabacco, lino e the.

Insomma, sono isole – le Azzorre – che offrono attrattive contrastanti e, quindi, mai noiose, in un alternarsi continuo di inno alla gioia ed evocazioni lugubri.

Ma il contrasto non è solo una prerogativa della natura, su queste isole a metà strada fra Europa e America. L’anima isolana, essenzialmente chiusa e taciturna degli abitanti, contrasta con luoghi ed eventi chiassosi. Così come a S. Miguel, l’isola più grande e maggiormente popolata,  regna l’allegra confusione dei numerosi turisti, a Madeira si festeggia il Carnevale in stile brasiliano nel mese di Febbraio e il Festival Atlantico in Giugno.

Strelizia: fiore simbolo di Madeira

Il tutto, a poca distanza da itinerari e paesaggi che inducono al silenzioso rispetto di fronte a panorami che si aprono sull’Atlantico infinito e le vallate interne. Uno di questi è quello che si può scorgere percorrendo i sentieri che si snodano lungo le Levadas, i canali d’irrigazione costruiti in passato per convogliare le acque verso gli insediamenti a valle.

L’isola iniziò a suscitare interesse nel 15° secolo, quando si scoprì che le Azzorre potevano non essere solo “Monti di fuoco, vento e solitudine”, come si pensava allora.  In brevissimo tempo, l’isola fu infatti riconvertita in un territorio altamente produttivo, con  vaste piantagioni di canna da zucchero, frumento  e vigneti, tanto che solo nell’arco di venticinque anni divenne l’ìncontrastata esportatrice del famoso vino Madera. Dolce  e profumato, il vino si ottiene in gran parte da uve Malvasia e trova  largo impiego in cucina. Dalle amarene alla panna, irrorate con Madera, alle fettine di carne e alla lattuga in salsa di Madera e così via.

Con temperature invernali del tutto rispettabili che variano in questo periodo da 6° a 12°, raggiungendo anche 15° – 19°, l’isola rappresenta una meta interessante e bella da scoprire in tutte le stagioni.

Difficile pensare che, una volta giunti a Madeira e alle Azzorre in generale, ci si possa concedere una vacanza dedicata completamente all’ozio, nel variare del tempo e delle cose da fare.

 

Inverno

Recycled Christmas

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