John Singer Sargent, pittore cosmopolita

 

In the Luxembourg Gardens by John Singer Sargent

“Un americano nato in Italia, educato in Francia, che guarda come un tedesco, parla come un inglese e dipinge come uno spagnolo”, così si definiva John Singer Sargent.

Come poteva essere diversamente, visto che sin da piccolo, era sempre in giro per mezza Europa, insieme a mamma e papà?

La Verre de Porto by John Singer Sargent

Figlio di americani colti e con una certa posizione sociale, era nato a Firenze nel 1856, dopo che i suoi avevano lasciato l’America, cercando di dimenticare una sciagura familiare.

Tra paesi nuovi, gente diversa e lingue incomprensibili, non gli doveva certo mancare lo spunto per raffinare lo spirito d’osservazione già innato, diventando, da grande, il ritrattista più rappresentativo dell’800. Ma non solo, anche un eccellente pittore paesaggista.

Dettagli minimi, spesso accompagnati da contorni non ben definiti, fanno capire come John Singer Sargent fosse scrupolosamente attento a non lasciarsi sfuggire alcun particolare, senza diventare pedantemente perfezionista.

John Singer Saegnet – Autoritratto

Minuscoli punti luce, come lo stesso tipo di riflesso nella spilla tra i capelli e di quella puntata sull’abito della donna,  che  si accompagna al lieve luccichio sul vetro del bicchiere e della bottiglia di porto, nell’omonimo quadro, sembrano fatti apposta per catturare l’occhio, emergendo dalla luce bassa della stanza.

Il fumo della sigaretta dell’uomo in compagnia della dama in abito rosa tenue, di cui richiama i pizzi del cappello e  gli alberi sulla sinistra nei giardini di Lussemburgo, fanno quasi supporre che l’idea del quadro era nata proprio da quei piccolissimi dettagli.

Tutto il resto, forse, passava in secondo piano.

John Singer Sargent:  The cosmopolitan painter

“An American born in Italy, educated in France, who watches like a German, speaks like an Englishman and paints like a Spaniard”, so John Singer Sargent spoke of himself.

How could it be otherwise, considering that since he was a child he was always around Europe along with mom and dad?

He was born in Florence in 1856 as the son of educated, well-off  Americans, who left the States, trying to forget a family disaster.

Living in new countries, among different people and unintelligible languages, he certainly did not lack the inspiration to refine his already innate spirit of observation, that allowed him to become later not only the most representative portraitist of the 19th century, but an excellent landscape painter, as well.

Minimal details, often matched with undefined outlines, make it clear how John Singer Sargent was scrupulously careful not to miss any single little thing, All the same, he avoided to be a boring perfectionist.

In the picture “The Glass of Port”, for example, reflections of both brooches, the one in the woman’s hair and the other on her dress, and the glint on the glass and the bottle of port wine feature  tiny points of light, catching the eye in the low light room.

The cigarette smoke of the man in the company of the lady in pale pink dress, recalling the laces of her hat and the trees on the left in the “Luxembourg gardens”, make one suppose that the painting’s inspiration was suggested by such small details.

Maybe, the rest of the painting had to stay in the background.

Milano 2018 e Frida Kahlo

Frida Kahlo a Milano

Ormai, non manca molto alla fine del 2018 e, inevitabilmente, si avvicina il momento di fare bilanci e resoconti.

Ripensando ai personaggi che hanno popolato maggiormente la scena milanese nel corso di quest’anno, per esempio, spicca senz’altro la figura dell’artista messicana Frida Kahlo.

L’inizio degli eventi a lei dedicati era stato annunciato dall’esposizione delle sue opere al Mudec (Museo delle culture di Milano), conclusasi a giugno.

Intorno a questa mostra che ha ospitato tutte le opere dell’artista messicana esposte al Museo Dolores Olmedo di Città del Messico e alla Jacques and Natasha Gelman Collection, si è svolta una girandola di eventi e manifestazioni varie in giro per la città.

Forse, la manifestazione più spettacolare, rimasta impressa nella mente di chi ha potuto partecipare, è stata  la proiezione di gigantesche slide dei quadri dell’artista sulle facciate dei palazzi nella periferia milanese.

Con musica messicana a tema in sottofondo, giochi di luci e ombre ed eventi correlati alle varie serate, il  tributo alla grande artista messicana, dalla sofferta vita privata e la fervida creatività, non ha avuto eguali nella storia artistica e culturale della città, caratterizzando il 2018.

In molti si augurano che, oltre alla grande Frida Kahlo, altri personaggi molto amati e popolari in ambito artistico, verranno celebrati nel prossimo futuro con eventi ugualmente spettacolari.

Milan 2018 and Frida Kahlo

By the end of the year coming soon, the time for evaluating and summing up what 2018 has taken along is inevitably here.

If one thinks of the characters who have been mostly celebrated in Milan in 2018, for example, Mexican artist Frida Kahlo undoubtedly stands out.

The beginning of the events dedicated to her was announced by the exhibition of her works at the Mudec (Museum of Cultures of Milan), which ended in June.

In the wake of this exhibition hosting all the works of the Mexican artist shown at the Museo Dolores Olmedo in Mexico City and at the Jacques and Natasha Gelman Collection, various events and happenings took place around the city.

Perhaps, the most spectacular event that mainly caught the imagination of those who were present, was the screening of giant slides showing the artist’s paintings on the building facades in Milan suburbs.

In the background, Mexican theme music, plays of lights and shadows as well as related entertainment occasions like buffets and social gatherings did the rest.

The tribute to the great Mexican artist had no equal in the city’s artistic and cultural life, thus featuring 2018 in Milan.

Many people hope that after the great celebration of Frida Kahlo, whose life was marked by unfortunate events along with great creativity, other beloved and popular artists will be celebrated with equally spectacular events in the near future.

Lambrusco e popcorn: Luciano Ligabue

 

Scena galante di Giuseppe Bonito

Scena galante, di Giuseppe Bonito (metà 1700 circa)

Giuseppe Bonito, pittore napoletano nato nel 1707 e vissuto fino a 82 anni, riproduce in questo delicato dipinto dettagli particolareggiati di tutto rispetto.

Giuseppe Bonito (Castellammare di Stabia 1707 – Napoli 1789)

Nei suoi ritratti, le persone sembrano diventare reali, oltrepassando la pura rappresentazione.

Personaggi del popolo, figure comuni che si incontrano dove si abita, oltre ad esponenti di corte, si arricchiscono di tratti psicologici sullo sfondo di suggestive atmosfere sentimentali.

Che piacciano o meno, le sue opere spiccano per la riproduzione di situazioni familiari, popolari o dall’immediato impatto comunicativo.

Ragazze che giocano con un gatto, di G.Bonito

Un esempio è dato da questo quadro, intitolato “Ragazze che giocano con un gatto”, mostrando dettagli che osservati da un punto di vista moderno risultano davvero curiosi.

Ritratto di dama in abito rosa, di G. Bonito

Ritratto di dama in abito rosa da casa, di G. Bonito

Molte delle opere di G. Bonito sono finite nelle collezioni private e oggetto di transazioni da parte delle case d’aste, spesso straniere, come questo “Ritratto di dama in abito rosa da casa”.

 

 

 

 

 

 

 

 

Storie di uomini: i numeri magici di Fibonacci

Che la matematica non sia un’opinione ce lo sentiamo dire fin  da quando siamo bambini. E’ più probabile che sia un’intuizione logica, ma le intuizioni nascono per caso?

Che reazioni avranno avuto i contemporanei di Fibonacci, davanti all’intuizione della sua sequenza?

Forse, all’inizio, gli avranno anche dato del matto per quel suo pensiero che, alla fine, tutto si ripete, si somma, si moltiplica e si trasforma e alla fine, si somiglia.

Scala a chiocciola

Senza voler approfondire ulteriormente, soprattutto perché la matematica non è mai stata la materia forte di chi scrive, sembra di capire che la formula magica di Fibonacci si basa sul fatto che 2 + 3 fa 5 e che 5 + 3 fa 8, 8 + 3 fa 11, 11 + 3 fa 14 ecc., perché ogni numero così ottenuto corrisponde alla somma dei due che vengono prima.

E’ un ordine che ritroviamo in una gran quantità di contesti, dalla natura alla musica e perfino al supermercato, quando acquistiamo alcune verdure. Quali? Il cavolo romanesco per esempio, con le inconfondibili spirali geometriche tridimensionali che si ripetono, prima grandi e poi sempre più piccole.

Esistono poi altri tipi di sequenze che, a volte, sembrano innescare processi non proprio matematici, ma che non sembrano dettati dal caso: incontri favorevoli, inutili o controproducenti che innescano occasioni fortunate, senza senso o che era meglio non si fossero verificate.

Escher

Le sequenze, alla fine, affascinano e fanno intravedere un filo misterioso che le avvolge, ma tornando a Fibonacci, non si può tralasciare il fatto che la sua teoria abbia riguardato anche le note musicali. Per quanto armoniosa, scomponibile e componibile all’infinito, la musica segue un ordine preciso, una formula matematica creativa, ma pur sempre matematica.

Era un mondo nuovo, quello che aveva intuito Fibonacci nel 12° secolo, in cui il micro e il macro si copiano e si ripetono all’infinito e un vero inizio non necessariamente si coniuga con una fine definitiva; la sequenza terrena e concreta della matematica che, forse, nasconde al suo interno il significato mistico di una proporzione divina e ultraterrena.

 

Elena Cassandra Tarabotti, alias Suor Arcangela

Venezia, Rione Castello

Venezia, Rione di Castello

In un’epoca in cui, nata femmina, c’era solo da scegliere se essere moglie, meretrice o monaca, la storia di Elena Cassandra Tarabotti è rimasta ai posteri, grazie alla sua penna arguta e impietosa, poco comune per i suoi tempi.

Delle tre scelte, Elena Cassandra prese la terza via: quella del convento. A dire il vero, ci fu portata a forza quando era ancora bambina, esattamente al monastero di Sant’Anna in Castello, lo stesso rione dove viveva con i genitori, quattro sorelle e due fratelli. Nata claudicante, come suo padre, per lei probabilmente non esistevano prospettive di matrimonio. Era primogenita e forse anche per questo, a lei spettò la via del monastero.

Nel suo “Inferno Monacale” pubblicato dopo la morte avvenuta nel 1652, Elena Cassandra aveva già da tempo cambiato il suo nome in Arcangela. L’opera è una sorta di lunga lettera che la donna scrive alla Serenissima Repubblica Veneta.

Chiesa di Sant'Anna in Castello, Venezia

Chiesa di Sant’Anna in Castello, Venezia

Il suo manoscritto è una e vera propria denuncia di ciò che spesso accadeva ai suoi tempi, con il beneplacito di diversi settori della società in cui viveva. Ne esce una visione indignata e un profondo senso di ingiustizia verso i padri senza cuore che, spesso per ragioni economiche, predestinavano una sola figlia al matrimonio, preferendo l’ultima e relegando le altre al convento. La dote era  il più delle volte molto esigua se la novizia apparteneva a un ceto medio-basso e diventava oggetto di mercanteggio tra le monache e il genitore. Quest’ultimo, per convincere la figlia, poteva raccontarle le panzane più assurde e le aspettative più rosee, descrivendo la vita in convento come un vero paradiso.

Scoperto il tranello, la ragazza  si rese conto che tutto ciò che le rimaneva era solo un tetto sulla testa, poco pane e poco vino, ma del resto, citava in latino nel manoscritto “Non si vive di solo pane”, descrivendo il refettorio una spelonca di ladri. Paragonava il convento a “un grande hospitale di pazzi, che si trovavano là per la tirannia degli uomini. Un inferno di viventi condannati senza mai aver errato”.

L'Orlando furioso, citato in Inferno Monacale: Fato, fortuna, predestinazione, sorte, caso, ventura son di quelle cose che dan gran noia alle persone e vi si dicon su di gran novelle.

L’Orlando Innamorato, citato in Inferno Monacale: Fato, fortuna, predestinazione, sorte, caso, ventura son di quelle cose che dan gran noia alle persone e vi si dicon su di gran novelle.

“Sei novizia, a te appartengono i disagi. Tu, come ultima entrata in monastero, devi provvedere alle altre, come abbiamo fatto anche noi ai nostri tempi” così le venivano spiegate le vessazioni da parte delle monache di “professione”, quando era costretta a svolgere attività umilianti di cui nemmeno una serva in una casa privata si sarebbe occupata. Cattiveria, falsità,superbia, invidia, calunnia, istigazione a concedersi agli uomini che appositamente visitavano il convento, un fenomeno molto diffuso nella Venezia di quei tempi, erano le costanti quotidiane.

Così che per far di necessità virtù,  le sagge divenivano pazze, le modeste si mostravano sfrontate, le umili erano altere e le miti diventavano furiose tra le pareti del monastero, retto da monache “con tratti di donne religiose nel nome, ma cuore e comportamento da mondane”.

Soffermandosi sull’aspetto economico della segregazione in convento dovuto anche al fatto che se tutte le famiglie avessero maritato ogni loro figlia, ci sarebbe stato un gran dispendio di denaro, con conseguente ricaduta economica, Arcangela consigliava agli uomini “Già che comprate schiave, come voi fate delle mogli, sarebbe più decente che foste voi a sborsare oro e non loro per comprare il padrone”.

Infine, ultimava il manoscritto, consigliando ai padri che costringevano le figlie  a farsi monache di sopprimere i figli maschi appena nati, risparmiandone solo uno per famiglia. Peccato minore di quello di seppellirle vive in un monastero. Senza peli sulla lingua, augurava ai padri ingrati “Soffri come lei, se per far vita più agiata e ricca di piaceri, fai subire all’infelice continui tormenti e patimenti. Non so come tu non venga disperso nell’aria e fulminato dal Cielo!”.

Insomma, Elena Cassandra Tarabotti ne aveva di cose da raccontare e di certo non le mandava a dire.

Così si accomiatò nel suo scritto alla Serenissima:

Scandalizzata sempre,

più che Angela della Madre della Donzella

 

Storie di donne: Barbara Strozzi e il barocco in rosa

BARBARA STROZZI

Barbara Strozzi (Venezia 1619- Padova 1677)

Babara Strozzi fu una delle primissime donne che si fecero strada nel mondo della musica, quando l’ambiente musicale nell’Europa occidentale era terreno esclusivo di compositori e musicisti uomini.  Forse, proprio per questo, si guadagnò l’appellativo di cortigiana, coniato dai più invidiosi e maligni del suo tempo. Che lo fosse o meno, poco importa, perché la “virtuosissima cantatrice” vantava e vanta tuttora una folta schiera di estimatori ed estimatrici. Le doti artistiche di quella figlia illegittima, nata dalla relazione con una serva, saltarono subito all’occhio del padre Giulio Strozzi, uomo colto e  introdotto nell’ambiente intellettuale veneziano del primo ‘600.

Quando l’ambiente musicale nell’Europa occidentale era terreno esclusivo di compositori e musicisti uomini.

Quando l’ambiente musicale nell’Europa occidentale era terreno esclusivo di compositori e musicisti uomini.

Da lui fu sostenuta ed incentivata nella carriera artistica, affiancandola negli studi a Francesco Cavalli, il maggiore compositore veneziano del tempo, fondando per lei una sorta di associazione culturale  denominata L’Accademia degli Unisoni. A casa Strozzi, dove l’Accademia teneva gli incontri con gli intellettuali veneziani, Barbara non solo si esibiva con le sue composizioni, ma promuoveva dibattiti e discussioni. Fu madre di quattro figli, tre dei quali dello stesso uomo che Barbara non sposò. Compose quasi esclusivamente musica profana per un totale di 125 pezzi vocali, una scelta controtendenza in tempi in cui era la musica sacra a fare da padrona. Una donna chiacchierata, insomma, una “stella ribelle”, per citare una sua composizione, che ha lasciato una traccia unica nella storia della musica barocca e non solo.