Elena Cassandra Tarabotti, alias Suor Arcangela

Venezia, Rione Castello

Venezia, Rione di Castello

In un’epoca in cui, nata femmina, c’era solo da scegliere se essere moglie, meretrice o monaca, la storia di Elena Cassandra Tarabotti è rimasta ai posteri, grazie alla sua penna arguta e impietosa, poco comune per i suoi tempi.

Delle tre scelte, Elena Cassandra prese la terza via: quella del convento. A dire il vero, ci fu portata a forza quando era ancora bambina, esattamente al monastero di Sant’Anna in Castello, lo stesso rione dove viveva con i genitori, quattro sorelle e due fratelli. Nata claudicante, come suo padre, per lei probabilmente non esistevano prospettive di matrimonio. Era primogenita e forse anche per questo, a lei spettò la via del monastero.

Nel suo “Inferno Monacale” pubblicato dopo la morte avvenuta nel 1652, Elena Cassandra aveva già da tempo cambiato il suo nome in Arcangela. L’opera è una sorta di lunga lettera che la donna scrive alla Serenissima Repubblica Veneta.

Chiesa di Sant'Anna in Castello, Venezia

Chiesa di Sant’Anna in Castello, Venezia

Il suo manoscritto è una e vera propria denuncia di ciò che spesso accadeva ai suoi tempi, con il beneplacito di diversi settori della società in cui viveva. Ne esce una visione indignata e un profondo senso di ingiustizia verso i padri senza cuore che, spesso per ragioni economiche, predestinavano una sola figlia al matrimonio, preferendo l’ultima e relegando le altre al convento. La dote era  il più delle volte molto esigua se la novizia apparteneva a un ceto medio-basso e diventava oggetto di mercanteggio tra le monache e il genitore. Quest’ultimo, per convincere la figlia, poteva raccontarle le panzane più assurde e le aspettative più rosee, descrivendo la vita in convento come un vero paradiso.

Scoperto il tranello, la ragazza  si rese conto che tutto ciò che le rimaneva era solo un tetto sulla testa, poco pane e poco vino, ma del resto, citava in latino nel manoscritto “Non si vive di solo pane”, descrivendo il refettorio una spelonca di ladri. Paragonava il convento a “un grande hospitale di pazzi, che si trovavano là per la tirannia degli uomini. Un inferno di viventi condannati senza mai aver errato”.

L'Orlando furioso, citato in Inferno Monacale: Fato, fortuna, predestinazione, sorte, caso, ventura son di quelle cose che dan gran noia alle persone e vi si dicon su di gran novelle.

L’Orlando Innamorato, citato in Inferno Monacale: Fato, fortuna, predestinazione, sorte, caso, ventura son di quelle cose che dan gran noia alle persone e vi si dicon su di gran novelle.

“Sei novizia, a te appartengono i disagi. Tu, come ultima entrata in monastero, devi provvedere alle altre, come abbiamo fatto anche noi ai nostri tempi” così le venivano spiegate le vessazioni da parte delle monache di “professione”, quando era costretta a svolgere attività umilianti di cui nemmeno una serva in una casa privata si sarebbe occupata. Cattiveria, falsità,superbia, invidia, calunnia, istigazione a concedersi agli uomini che appositamente visitavano il convento, un fenomeno molto diffuso nella Venezia di quei tempi, erano le costanti quotidiane.

Così che per far di necessità virtù,  le sagge divenivano pazze, le modeste si mostravano sfrontate, le umili erano altere e le miti diventavano furiose tra le pareti del monastero, retto da monache “con tratti di donne religiose nel nome, ma cuore e comportamento da mondane”.

Soffermandosi sull’aspetto economico della segregazione in convento dovuto anche al fatto che se tutte le famiglie avessero maritato ogni loro figlia, ci sarebbe stato un gran dispendio di denaro, con conseguente ricaduta economica, Arcangela consigliava agli uomini “Già che comprate schiave, come voi fate delle mogli, sarebbe più decente che foste voi a sborsare oro e non loro per comprare il padrone”.

Infine, ultimava il manoscritto, consigliando ai padri che costringevano le figlie  a farsi monache di sopprimere i figli maschi appena nati, risparmiandone solo uno per famiglia. Peccato minore di quello di seppellirle vive in un monastero. Senza peli sulla lingua, augurava ai padri ingrati “Soffri come lei, se per far vita più agiata e ricca di piaceri, fai subire all’infelice continui tormenti e patimenti. Non so come tu non venga disperso nell’aria e fulminato dal Cielo!”.

Insomma, Elena Cassandra Tarabotti ne aveva di cose da raccontare e di certo non le mandava a dire.

Così si accomiatò nel suo scritto alla Serenissima:

Scandalizzata sempre,

più che Angela della Madre della Donzella

 

Storie di donne: Barbara Strozzi e il barocco in rosa

BARBARA STROZZI

Barbara Strozzi (Venezia 1619- Padova 1677)

Babara Strozzi fu una delle primissime donne che si fecero strada nel mondo della musica, quando l’ambiente musicale nell’Europa occidentale era terreno esclusivo di compositori e musicisti uomini.  Forse, proprio per questo, si guadagnò l’appellativo di cortigiana, coniato dai più invidiosi e maligni del suo tempo. Che lo fosse o meno, poco importa, perché la “virtuosissima cantatrice” vantava e vanta tuttora una folta schiera di estimatori ed estimatrici. Le doti artistiche di quella figlia illegittima, nata dalla relazione con una serva, saltarono subito all’occhio del padre Giulio Strozzi, uomo colto e  introdotto nell’ambiente intellettuale veneziano del primo ‘600.

Quando l’ambiente musicale nell’Europa occidentale era terreno esclusivo di compositori e musicisti uomini.

Quando l’ambiente musicale nell’Europa occidentale era terreno esclusivo di compositori e musicisti uomini.

Da lui fu sostenuta ed incentivata nella carriera artistica, affiancandola negli studi a Francesco Cavalli, il maggiore compositore veneziano del tempo, fondando per lei una sorta di associazione culturale  denominata L’Accademia degli Unisoni. A casa Strozzi, dove l’Accademia teneva gli incontri con gli intellettuali veneziani, Barbara non solo si esibiva con le sue composizioni, ma promuoveva dibattiti e discussioni. Fu madre di quattro figli, tre dei quali dello stesso uomo che Barbara non sposò. Compose quasi esclusivamente musica profana per un totale di 125 pezzi vocali, una scelta controtendenza in tempi in cui era la musica sacra a fare da padrona. Una donna chiacchierata, insomma, una “stella ribelle”, per citare una sua composizione, che ha lasciato una traccia unica nella storia della musica barocca e non solo.

 

 

 

 

 

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