Un americano nel Monferrato

Monferrato, Piemonte

Monferrato, Piemonte

Terra di vigneti, il Monferrato che attrae non solo turisti italiani, ma d’oltralpe e d’oltreoceano. Non solo vini, però, ma anche borghi in cima alle colline, castelli, agnolotti, krumiri rossi alias i famosi biscotti zigrinati a forma arcuata, la farinata di ceci e la bagna cauda.

Soffermandosi sulla prima voce della lista, è doveroso  menzionare il circuito degli infernot che potrebbe richiamare a qualche evocazione dantesca, con cui naturalmente non ha nulla a che fare.

Infernot del Monferrato

Infernot del Monferrato

Collocati al di sotto delle abitazioni, gli infernot erano le tavernette di un tempo, le dispense dei più facoltosi e di chi era più provvisto di vini e di cibo. Scavato nella roccia sottostante l’edificio a cui apparteneva, l’infernot era il luogo ideale in cui riporre le preziose bottiglie in attesa che il loro pregiato contenuto maturasse sotto la coltre di umidità e di ragnatele.

Oggi, il Monferrato e i suoi infernot rientrano tra i patrimoni Unesco e sono la meta di itinerari tematici che possono essere percorsi anche in bicicletta.

Forse, anche per questa risonanza internazionale, sono sempre più numerosi i turisti stranieri che visitano il Monferrato, appagando non solo la vista di fronte a un incantevole paesaggio vinicolo, ma anche il palato con specialità sconosciute, come ad esempio la bagna cauda. Ricetta di origine provenzale, era un tempo relegata ai ceti sociali più umili, per via dell’abbondanza di aglio e il sapore forte di acciuga, ma i tempi si sa cambiano e stravolgono ogni confine, anche quello gastronomico.

Bagna cauda nel fojòt, il contenitore in terracotta

Bagna cauda nel fojòt, il contenitore in terracotta

Così oggi, il famoso intingolo piemontese diventa l’occasione di un rito conviviale col quale si immergono le verdure crude o cotte in un recipiente di terracotta condiviso da tutti i presenti di ogni nazione ed estrazione sociale.

Per non dimenticarsi dell’esperienza accogliente e insolita, l’americano citato all’inizio è ritornato a casa, volando di nuovo sopra l’oceano, mentre in valigia portava con sé l’esclusiva di una vera bagna cauda made in Italy, o meglio made in Piedmont e più precisamente made in Monferrato.

An American in Monferrato

A land of vineyards, that’s what Monferrato is, which attacts not only tourists from all parts of Italy, but from abroad, as well.  However, wine is only one of the gratest attractions in Monferrato. Not to mention, hilltop villages, castles, the typical filled pasta agnolotti, the gluten free, flat bread made of  chickpea flour named farinata di ceci and the unmistakable red krumiri biscuits, which everybody in Italy knows for their unique,  curved and  knurled  shape.  Last but not least the bagna cauda, which would sound in English something like hot sauce.

As the first thing listed, it’s fair to say that a tour through the infernots is well worth going on, but don’t worry if the word may remind you of Dante’s hell, since it has nothing to do with it.

Infernots are the former cellars and larders of the wealthiest families where they stored food and wine.  They were located in the basement of the buildings they belonged to and digged into natural rock underneath.  They were perfect places  to store bottles containing precious wine waiting for  aging under layers of cobwebs and mold.

Nowadays, Monferrato with its infernots is a Unesco’s protected site and a must-see destination for thematic itineraries that can be followed by bike, as well.

Maybe, it’s just because of its international renown that not only native Italian tourists, but  also visitors from abroad arrive in Monferrato and are amazed at the lovely vineyard landscape as well as new, delicious specialities such as bagna cauda.

Bagna cauda is an old French receipe from Provence and owing to its abundance of garlic and enchovies giving the sauce a strong flavour, it was considered in the past as a food of the poorest.

But time goes by, changing many bounderies, even  gastronomic clichés, so today the old sauce  of  Piedmont  has become a fashionable, convivial ritual by which people of every nationality and class origin dip pieces of row and cooked vegetables into the bagna cauda, sharing together the same,  typical terracotta pan containing the sauce.  As for the American mentioned at the beginning, he was then on his way back to the US with a real made-in-Monferrato bagna cauda in his spinner that would remind him of the unusual and welcoming experience.

 

 

 

Accadeva nelle cucine italiane del 1600 e 1700

Natura morta (B. Strozzi)

Natura morta (B. Strozzi)

Quando in Italia  il prezzemolo si chiamava petrosemolo e la casseruola era la cazzarola, chi se lo poteva permettere aggiungeva ai piatti di carne e non solo, molte spezie.

Non quelle spezie a cui siamo abituati oggi per insaporire le pietanze, ma abbondante cannella, zenzero, noce moscata e zucchero che prevalevano sul sale. Solo verso la fine del 1600 inizieranno a prendere piede le cucine locali delle varie nazioni, in cui all’uso indiscriminato delle spezie si preferirà l’utilizzo delle erbe aromatiche.

Tra le spezie più alla moda compariva anche il muschio, non inteso come pianta, ma il prodotto delle secrezioni ghiandolari di un ruminante asiatico simile al capriolo, che a discapito della sua provenienza corporea era molto apprezzato per il profumo che conferiva alle vivande.

Anche allora poteva capitare di iniziare un pasto o una cena con un bel piatto di insalata, quando ci si voleva saziare e non eccedere con le portate che seguivano, solo che spesso l’insalata non veniva lavata per evitare di disperderne il sapore.

Non era raro, quindi, che mangiare l’insalata potesse causare fastidiosi conseguenze, se ad esempio si trovava tra le foglie uno scorpione morto, il cui veleno l’aveva contaminata.

Trattato del trinciante (1639)

Trattato del trinciante (1639)

Cinghiali, cinghialotti, capponi, galline, porcellini da latte e ogni sorta di selvaggina e di pesce veniva minuziosamente tagliuzzata dal trinciante. Una figura di primissimo piano nella preparazione dei banchetti, quasi alla pari del cuoco. Con abilità e destrezza, dissezionava le povere bestiole per presentarle sulla tavola come si conveniva, utilizzando strumenti e tecniche che oggi dissuaderebbero parecchi a cibarsene.

Per aggiungere una nota leggiadra al loro operato, i trincianti si dedicavano anche al taglio di frutta e verdura con risultati quasi artistici, da intagliatori raffinati.

Accanto a certe scene un po’ cruente, viste con gli occhi moderni, nelle cucine italiane del 1600 e 1700 si levavano profumi delicati, come quello dell’acqua di rose che spesso veniva utilizzata al posto di quella comune nella preparazione di molte pietanze. Borragine, cedronella e pimpinella venivano largamente impiegate in cucina e i formaggi non erano serviti per ultimi, ma come antipasti per digerirli meglio, spesso cosparsi di zucchero che veniva grattugiato al momento, un po’ come facciamo noi oggi con il grana.

A Galeno, Petronio, Avicenna e Dioscoride, filosofi e medici, si ispiravano gli esperti dell’alimentazione del tempo che consigliavano o meno quel tal cibo o quell’altro vino a flemmatici, colerici o sanguigni. Erano, insomma, i precursori di molti personaggi noti che oggi in TV e su internet diffondono le loro correnti di pensiero e consigli alimentari.

 

 

Non solo fari

Faro di Punta Tagliamento

Faro di Punta Tagliamento

Attorno ai fari molto si è detto e si vive. Da Shakespeare che nel suo sonetto 116 paragona l’amore a un faro irremovibile che mira la tempesta e mai ne viene scosso, esso è la stella di ogni sperduta nave,
remoto il suo valore, pur se il suo luogo noto – per arrivare ai tempi più recenti segnati da ristrettezze economiche.  Così il demanio ha deciso che oltre alle case cantoniere e alle caserme abbandonate anche una decina di fari italiani saranno messi in vendita e dati in concessione per almeno 50 anni.

MARE

Mare Adriatico

Che siano muniti di ottiche rotanti o fisse, ubicati in luoghi remoti o affollati, abitati o abbandonati, i 196 fari italiani continuano a suscitare emozioni, sulle cui onde giungono anche numerose candidature per diventarne guardiani. Come altre professioni, anche quella del guardiano del faro sta purtroppo scomparendo, un po’ perché  i fari in disuso sono aumentati  e la modernizzazione sta rendendo sempre più superflua la presenza di un guardiano .

MARE

Spiaggia

Che alcuni di essi siano destinati a diventare originali bed and breakfast o esclusivi resorts, sarà il tempo a dirlo. In  alcuni casi, però, sono già diventati  la meta di salutistiche passeggiate sul bagnasciuga o attraverso boschetti lasciati appositamente selvaggi in habitat protetti. I tempi cambiano, si sa, e anche i fari si adeguano.

 

Faro di Punta Palascia: per un capodanno nell’oriente d’Italia

Faro di Punta Palascia, Otranto

Faro di Punta Palascia, Otranto

Settantadue sono i chilometri che separano Punta Palascia, la parte più orientale dell’Italia, dalla costa albanese. In mezzo, il Canale d’Otranto, da sempre il passaggio marittimo più breve tra penisola balcanica e Italia. Un braccio di mare su cui si affaccia la parte più orientale del tacco italiano e della Puglia che nel nome richiama la sua essenza fatta di sale e di vento. Salento, appunto, per identificare la penisola che si estende lungo 200 km tra l’Adriatico e lo Ionio e che ha rappresentato più volte nella sua storia una porta d’ingresso con l’Oriente. Così approdò, ad esempio, l’antica Grecia, per citare il più eclatante  degli scambi interculturali favoriti dal comunicante tratto di mare.

La costa albanese dal Canale d'Otranto

La costa albanese dal Canale d’Otranto

Trovarsi nel punto più ad est del lembo di terra più orientale d’Italia può avere i suoi vantaggi. Uno di questi è quello di poter assistere per primi in Italia al sorgere di un nuovo giorno, luogo ideale per festeggiare la  prima alba di un nuovo anno. Un altro vantaggio del trovarsi nell’estremo est dell’oriente d’Italia è costituito dalla bellezza naturale di un territorio che presenta ancora i suoi aspetti più incontaminati. Coniugando questi due elementi con il carattere simbolico di un ponte che mette in contatto culture diverse, ecco che al faro di Punta Palascia rivive la suggestione di quell’importante crocevia di popoli. Allo stesso tempo, diviene l’occasione per trascorrere un capodanno diverso dai soliti.

Punta Palascia, tra Ionio e Adriatico

Punta Palascia, tra Ionio e Adriatico

Si arriva al faro con una passeggiata di circa 6 km costeggiando il litorale roccioso ricoperto a tratti dalla macchia mediterranea. Il faro, oggi sede di un osservatorio naturalistico e di un museo del mare,  offre una visuale che  si estende fino alle isole della Grecia e alle coste della penisola balcanica, diventando la cornice a capodanno di un evento che raccoglie numerosi curiosi. Giungono quì attratti dalla prerogativa di salutare prima di altri il nuovo anno, ma anche curiosi di respirare la magia di uno strano confine che non conosce frontiere. Una valenza interculturale che conosce il suo apice con l’Alba dei popoli, la manifestazione culturale e musicale che dal 1999 ha luogo nella vicina Otranto.

New Years’Eve at Punta  Palascia lighthouse, in the East of Italy

72 kms separate the outermost eastern side of Italy from Albanian coastline and, in the middle, Otranto Channel has ever been the shortest sailing way between Italy and the Balkans. It is a sea passage opening in front of  the far eastern Italy’s heel, whose name reminds to the essence of a land marked by salt (sale) and wind (vento).

Salento is exactly the peninsula stretching along 200 km coastline in Apulia between the Adriatic and Ionian Seas that was used so many times in history as a gateway to Europe and the East. So, Ancient Greece arrival, just to name one of the most striking intercultural exchange, was favoured by   the adjoining water passage known as Otranto Channel.

To be in the outermost eastern land in the East of  Italy has the advantage to experiment a natural beauty that has maintained its pristine aspects. However, another element is the privilege for whom who live or come here to witness a natural show on New Year’s Eve. Punta Palascia lighthouse is in fact the spot where the new year begins earlier than in the rest of Italy and has become the ideal place to celebrate the year’s first dawn.

Both elements along with the fascinating symbolism to be in front of a bridge connecting different cultures create the occasion to spend a different New Year’s Eve deepened into a savage natural setting. Punta Palascia lighthouse can be reached by walking about 6  km along the rocky coastline scattered with  Mediterranean vegetation.

The lighthouse is nowadays a naturalistic observatory and Sea Museum , from which the view extends as far as the Balkan coast and Greek islands . It is the perfect frame attracting numerous people who want to be the first to celebrate New Year’s Eve next to a strange border with no boundaries. The acquisition of intercultural value becomes more and more substantial thanks to “Alba dei popoli” , the event that has been taking place in Otranto since 1999, promoting cultural exchange between Apulia and the other Mediterranean cultures.

Il Campionato mondiale del cioccolato 2013 premia l’Italia con le donne di Davide Comaschi

World Chocolate Masters 2013

World Chocolate Masters 2013, vincitore Davide Comaschi

Quando il cibo si fa arte, creatività e passione per il proprio lavoro ecco che i risultati non passano inosservati, nè tanto meno sottovalutati. Lo sa bene Davide Comaschi, maestro pasticcere che ha vinto il 30 ottobre  il primo premio World Chocolate Masters, la sfida più importante del mondo in fatto di cioccolato.

World Chocolate Masters 2013.Davide Comaschi

Scultura di cioccolato alta 2 mt (D.Comaschi)

Eleganza, armonia e originalità contraddistinguono le donne di cioccolato che Davide Comaschi ha scelto come filo conduttore della sua raffinata collezione.

Quasi 2 metri di altezza misura una delle sue esclusive creazioni, ma nonostante le misure imponenti, l’effetto armonico  della scultura resta intatto.

Le donne di cioccolato di Davide Comaschi sembrano proiettarsi verso una dimensione più eterea di quanto il materiale con cui sono state create farebbe supporre, come se  la ricerca estetica dell’effetto finale voglia fondersi con  un messaggio.

World Chocolate Masters 2013, Davide Comaschi

L’arte del cioccolato bianco (D.Comaschi)

Sembrano volersi staccare dalla fisicità di uno dei sensi indissolubilmente legati alla nostra condizione umana, il gusto, andando ben oltre alla realtà concreta collegata al gesto di cibarsi.

Si dischiude, così, un processo mentale svelato dalle squisite fragranze del cioccolato.

Non a caso, le ben note proprietà del cioccolato possono influenzare positivamente il nostro stato d’animo ed insieme al gusto, anche gli altri quattro sensi giocano la loro parte in una delle più sublimi esperienze degustative.

Il globo di Davide Comaschi

Il globo di Davide Comaschi

Un’aroma particolare, lo scrocchiare della tavoletta, il suo colore e la consistenza si uniscono insieme al gusto con l’olfatto, il tatto, l’udito e la vista in un tutt’uno.

Senza dubbio, la vista è il primo dei cinque sensi coinvolto nella spettacolarità del Campionato mondiale del cioccolato che si tiene a Parigi ogni due anni, dove per la prima volta l’italia si è piazzata al primo posto e per rappresentarla sono state scelte le opere di un artista del cioccolato che sembra voler andare oltre all’impatto visivo delle sue opere.

La forma triangolare è un altro degli elementi preferiti da Davide Comaschi riproposta nelle praline oltre che nella geometria delle sue sculture.

Praline di Davide Comaschi

Praline di Davide Comaschi

Italy wins World Chocolate Masters 2013 with Davide Comaschi and his women

When food becomes art, creativity and work with passion, achievements are neither unnoticed nor disregarded. That knows pastry chef Davide Comaschi  who won on Oct. 30th first place at the World Chocolate Masters 2013, the major chocolate competition in the world.

Elegance, harmony and original details mark the chocolate women chosen by Davide Comaschi for his refined collection. One of his exclusive creations is about 2 m  high, but in spite of the imposing dimensions balance and harmony are preserved all the same.

Comaschi’s chocolate women look like they would go into an ethereal dimension beyond the materiality they are made of,  as if the final aesthetic effect had a message inside.  Taste, one of the senses indissolubly related to the human condition,  goes well beyond the mere function to feed. It becomes a sort of gateway to a mental process disclosed by the pleasant sensations of tasting exquisite chocolate fragrances.

Not for nothing are chocolate properties renowned for their positive effect on the mood. Savoring  excellent chocolate implies smell, touch, hearing and sight combining together to create a unique tasting experience made of flavor, bar cracking, color and  consistency.

No doubt, sight is the first of the five senses to prevail at the spectacular World Chocolate Masters which takes places in Paris every two years. For the first time Italy was first, being represented by a chocolate artist who seems to go beyond mere aesthetics. Triangular shape is another element preferred by pastry chef Davide Comaschi, which he suggests in his original pralines as well as the geometrical forms of his sculptures.

La vera pizza italiana

Tricolore gastronomico

L’Italia in cucina

Il bello di una ricetta è che porta con sé la possibilità di essere modificata a piacimento, assaporando il gusto che le regole sono fatte anche per essere trasgredite, almeno in cucina. In un paese come l’Italia, contraddistinto da una miriade di realtà locali che ne fanno la sua grande ricchezza, ma allo stesso tempo possono far disperdere il fine comune, questo è quanto mai vero tra i fornelli.

Venditori di pizza da strada  negli anni '50

Venditori di pizza da strada negli anni ’50

Così come accade per la pasta, la pizza rappresenta l’eccezione che conferma la regola, costituendo un compromesso ben riuscito tra interessi locali ed elemento unificatore nazionale. Basti pensare alla Margherita e alla 4 Stagioni, diffuse su tutto il territorio italiano. Resta il fatto che  la si può mangiare sia ai piedi del Monte Bianco come sull’isola di Stromboli, ma è pur vero che sarà difficile poterla gustare con il pesce spada in Alto Adige  oppure con patate, speck e robiola di Roccaverano (formaggio delle Langhe) in una pizzeria di Reggio Calabria. Altrettanto vero è che difficilmente si potrà mangiare una vera pizza in Alaska o alle Isole Bermuda. Già, ma com’è una “vera pizza”? Si potrebbe tentare una risposta considerando le sue origini.

Forno a legna

Forno a legna

La pizza, intesa come composto di farina, acqua, sale, olio di oliva e lievito, condita con mozzarella e pomodoro, cotta preferibilmente in un forno a legna, nasce nel ‘700 con l’introduzione del pomodoro in cucina.

Il suo consumo prende piede in particolare a Napoli, dove sorge la prima pizzeria nel 1780. I napoletani, poi, vi aggiunsero le acciughe per elaborare la pizza Napoletana. Già nei secoli e nei millenni precedenti, tuttavia, era in uso una sorta di pane schiacciato cotto al forno tra numerosi popoli distanti tra loro nello spazio e nel tempo, dagli Egizi, ai Greci e ai Romani.

In Italia, l’impasto inizia a prendere il nome di “pizza”  come derivazione della parola “pitta” intorno al 16° secolo. Parola con cui ancora si indica un tipo di focaccia in alcune zone del sud Italia. Analogamente  “pita” indica una focaccia piatta  utilizzata come pane in alcuni paesi del Medio Oriente, ma già nel medioevo si definiva  l’impasto “pinsa” dal verbo “pinsere”  che significa schiacciare e macinare.  La pizza, come oggi la si conosce, seguirà poi gli italiani che emigrano all’estero, diffondendosi in tutto il mondo.

Orologio-pizza

Pizza-orologio

Detto questo, c’è chi continuerà a preferirla bassa e croccante, alta e soffice, condita con ketchup e patatine fritte, considerandola “vera” proprio perché piace così. Alla varietà degli ingredienti e alla fantasia del palato non c’è limite, ma resta ancora una volta difficile unificare un piatto nazionale con un’etichetta univoca.

Per far sì che non resti sempre “la solita pizza”, nemmeno se fosse inserita nelle liste di un ipotetico Partito della Cucina Italiana, ben vengano le mille e una variante, purchè restino fedeli il più possibile all’originale, altrimenti che pizze sarebbero?

The real Italian pizza

Recipes have an undoubted advantage inside, that is, ingredients can be changed as much as one likes. Thus, tasting the thrill  that rules are sometimes made to be disregarded, at least while cooking.

In a country like Italy full of local realities that make its fortune but at the same time may divert attention from a mutual interest, that is extremely true within the four walls of the kitchen.

Like pasta, pizza is the exception that  proves the rule. Both of them represent a successful compromise between local interests and a national unifying element. Just think of  Pizza Margherita and Four Seasons Pizza that can be found on the menus of every Italian pizzeria.  On the other hand, even if  a good pizza can be tasted  both at the foot of  Mont Blanc and on the Isle of Stromboli, it will be hard to have a pizza with swordfish in Südtirol or a pizza with potatoes, speck and Roccaverano robiola (cheese of the Langhe in Piedmont) at a pizzeria in Reggio Calabria.

And it will be not as easy to find a real pizza in Alaska or the Bermuda islands.  Yes, but what’s  a real pizza like? An answer could be hazarded according to its origins.

We must go back to the 17th century, when tomatoes were introduced in cooking to find the first classical pizza as a flat bread made of  flour, yeast  water, salt, olive oil,  topped with tomatoes and mozzarella cheese.

Its diffusion was particularly successful especially in Naples, where the first pizzeria was established in 1780. Then, Neapolitans  added anchovies on top and elaborated another cult pizza called for this reason “in the Neapolitan way”.

Anyway, a flat bread cooked in a wood oven was already present in several Mediterranean countries from the mists of time, so that we can say now that a forerunner of the present pizza was already eaten by the Egyptians, the Greeks, the  Romans and far more ancient inhabitants in the Mediterranean area.

The word pizza itself can be derived from “pitta”,   appeared around the 16th century to describe a flat bread similar to the Italian focaccia, the typical flat bread which differs from the pizza owing to the lack of the similar topping.  Curious enough is the fact that focaccia, which is spread all over Italy with many local varieties, is still called “pitta” in some areas of Southern Italy and  “pita” is the word to describe a kind of flat bread used so far in some countries of the Middle East. But another interpretation of the word “pizza” goes back to the Middle Ages when the flat bread was called “pinsa” fron the Latin, which means “ground, flatted”. The pizza, as we know it nowadays, followed Italian emigrants and it spread all over the world.

Apart from all that, there is someone who will always like it low and crunchy,  high and soft or topped with ketch up and chips and will consider it a real pizza, just because they like it in that way. There is almost no limit to the variety of ingredients and the taste imagination, but it’s  certainly hard to classify  this national dish under a unifying  label.

In order not to have always the same pizza, an expression used in Italy also to describe something annoying and monotonous, any kind of variations are welcome, unless they do not vary so much  from the original,  even if  they would enter the lists of an umprobable new Italian Cooking Party. If not so, what kind of  pizzas would they ever be?

In cammino verso la Provenza: la Valle Stura

Valle Stura

Corridoio naturale tra Italia e Francia, la lunga Valle Stura  si articola per 60 km lungo l’omonimo fiume, segnando il confine tra le Alpi Marittime a sud e le Alpi Cozie a nord. Paesaggi contrastanti si susseguono per via, attraverso fitti boschi di larici ed abeti poco prima di arrivare al Colle della Maddalena  ed aspri paesaggi di pareti rocciose come le strette gole delle Barricate.

Da sempre punto strategico iniziale e finale della Valle Stura è il Colle della Maddalena o Col de Larche, come lo chiamano i vicini francesi, un tempo percorso da viandanti, mercanti e soldati in transito tra l’attuale regione piemontese e l’alta Provenza. Oggi, una fitta rete di sentieri e strade militari viene utilizzata da chi, questa valle, la vuole conoscere a piedi o in mountain-bike. Itinerari di diverso livello di difficoltà, dai più impegnativi come quello che in 6 ore di cammino porta ad ammirare il panorama dalla cima più alta della valle, il Monte Tenibres a quota 3031 mt, con la possibilità di effettuare la salita in due tappe sostando al rifugio Zanotti.

Laghi di Sant’Anna

Tra i percorsi più semplici e brevi, si può optare per il giro dei laghi di Sant’Anna della durata di 3 ore, con partenza ed arrivo al Santuario di Sant’Anna a 2010 mt di altezza, il più alto d’Europa, il cui tragitto panoramico passa accanto al Lago Grande e ai Laghi di Lausfer, in territorio francese.

A metà della Valle Stura sorge il  forte Albertino di Vinadio fatto realizzare da Carlo Alberto nella prima metà dell’800 per difendere una valle morfologicamente esposta da sempre alle incursioni nemiche, a partire dalla discesa dei barbari e dei Saraceni. Sempre nei pressi di Vinadio, le terme sulfuree sono una delle attrattive all’insegna del benessere in valle.

Forte Albertino a Vinadio

Una valle che, per farsi conoscere meglio, ha allestito a Pontebernardo l’Ecomuseo della Pastorizia promuovendo la tutela della pecora sambucana, esemplare simbolo della Valle Stura. Un territorio in cui si ritrovano le tracce della cultura occitana, ereditata dalla vicina Provenza che nel tempo si è affiancata a quella piemontese, riconfermando così la peculiarità della valle come luogo di interscambio vero e proprio, ma anche di passaggio tra culture e tradizioni confinanti.

 

On the way to Provence: The Stura Valley

As a natural passageway between Italy and France the Stura Valley extends for 60 km along the homonymous river, marking the borders with the Maritime Alps southwards and the  Cottian Alps northwards. Different sceneries follow one another along the way, alternating green areas such as the thick forests of fir and larch close to the Maddalena Pass and rocky views like the Barricate cliffs.

A strategic point of the Stura Valley from the mists of time is the Maddalena Pass or Col de Larche as the French neighbours call it. Wayfarers, merchants and soldiers used to follow the natural corridor of the Stura Valley in the past coming and going between Provence and the present region of Piedmont.

Nowadays those who wish to know the natural surroundings across the valley can go on foot or ride a MTB along a wide net of mule tracks, military roads and trails of different difficulty levels for all kinds of hikers. For example, by a six-hour walk that can be divided into two parts with a stop at the Refuge Zanotti it is possible to reach the top of  Mt. Tenibres (3031 m), the highest mountain of the Stura Valley and be gratified with the beautiful view. Shorter and easiest excursions include the ring track of the St.Anna Lakes reaching the Big Lake and the Lausfer Lakes in French territory. The track starts and finishes at the Sanctuary of St. Anna situated at 2010 mt , the highest sanctuary in Europe.

A historic view is given in the middle of the Stura Valley by the Fortress of Vinadio, which was built in the first half of the 19th century during the reign of King Carlo Alberto of Savoy to defend a territory that owing to its geographical position was constantly under the threat of foreign attacks since the time of the Barbaric invasions and the Saracen raids. Vinadio is also a famous resort thanks to its sulphureous thermal bath representing the wellness centre of a valley to be discovered in many other aspects.

As for the cultural background of the Stura Valley, the Ecomuseum of  sheep farming at Pontebernardo celebrates the sambucana sheep, a typical local breed of sheep which is the symbol of the valley. As a heritage of “Occitania”, the name used to define a region including  Provençe just behind the Italian border, Provençal influences can be found not only in gastronomy, for example by the superb use of  herbs in cooking but also in traditions and language. They mingle and coexist with Piedmontese elements confirming once again the role of the Stura Valley as a place of exchange between the culture and traditions of the neighbouring territories.

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Im Sturatal auf dem Weg nach Provence

Das 60 km lange Sturatal erstreckt sich am gleichnamigen Fluss wie ein natürlicher Korridor zwischen Italien und Frankreich. Südlich steckt das Tal die Grenze mit den Seenalpen und nördlich mit den Kottischen Alpen ab. Dem Tal entlang wechseln die Landschaften einander ab. Tiefe Lärchen-und Tannenwäldern sind z.B. in der Nähe vom Maddalena Pass oder Col de Larche, wie ihn die französischen Nachbaren nennen, aber bei den Felsen von Barricate wird die Aussicht rau.

Aus grauer Vorzeit war der Maddalena Pass die strategische Übergangsstelle im Sturatal, dadurch Wanderer, Händler und Soldaten hin und her weitergingen. Heutzutage wird das Tal von denen besucht, die die natürliche Umgegend zu Fuss oder mit dem MTB durch ein dickes Netz von Militärwegen und  Pfaden jeglicher Schwierigkeitsgrade entdecken wünschen.

Eine sechs stündige Wanderung, die beim Anhalten in der Berghütte Zanotti in zwei Etappen geteilt werden kann, führt z. B. zum Gipfel des Berges Tenibres (3031 m), der höchste Berg im Sturatal. Unter den leichtesten Wanderwegen ist der Rundgang von Sant’Anna Seen, damit den Hauptsee  und die Lausfer Seen im französischen Land erreichen kann. Der 3 stündige Rundgang beginnt und endet am höchsten Europas Wallfahrtsort von Sant’Anna (2010 m).

In der Mitte des Sturatales befindet sich die Festung von Vinadio, die Carlo Alberto, König von Savoyen in der ersten Hälfte des 19. Jahrhunderts zur Talverteidigung bauen liess. Wegen seines geographischen Lage war das Sturatal nämlich  schon in den Zeiten  der Völkerwanderungen und  sarazenischen Einfälle  unter der ständigen Bedrohung  durch  Invasoren.

Aufgrund der hiesigen schwefelhaltigen Thermalquellen ist Vinadio ein berühmter Wellness-Ort im Sturatal. Die kulturellen Aspekte des Tales kann man beim Besuch am Ökomuseum der Scharfzucht in Pontebernando entdecken. Unter den Zielen und Zwecken des Museums ist der Schutz des Sambucana Schafes, das Sturatalsymbol. 

Provenzalische Einflüsse der sogennanten Occitania  Gegend befinden sich sowohl im kulkturellen Leben und in der Sprache als auch in der Gastronomie, z.B. durch  die wohlschmeckende Nutzung von Gewürzkräutern in der Küche. Die Elemente aus Provenz vermischen sich mit denen von Piemont. Das Sturatal bestätigt sich daher noch einmal wie eine Übergangstelle von Kulturen und  Überlieferungen, die die Grenze durch den Maddalena Pass überqueren.

In viaggio tra i presepi d’Italia

Sand Nativity, Jesolo

Presepio in una vecchia radio

Se si tracciasse una mappa dei presepi in Italia, lo stivale diventerebbe un cielo stellato cosparso da una miriade di punti luminosi ad indicare località  più o meno grandi e famose.Da nord a sud, da ovest a est sono infinite le piccole e grandi realtà che non rinunciano ad allestirne uno.

Così, ce ne sono di tutti i tipi e, indipendentemente da come la si pensi e dalle proprie convinzioni, visitarli offre l’occasione di avvicinarsi a territori che, forse, non si penserebbe di conoscere.

Seguendo questa fitta rete virtuale di località e itinerari si scopriranno aspetti e personaggi caratteristici di un determinato luogo.

Presepio in Piazza di Spagna, Roma

Ogni tradizione locale trae spunto dagli elementi della propria realtà,  come ad esempio il presepio di sabbia di Jesolo in provincia di Venezia, dove il mare e le spiagge offrono la materia prima  per la realizzazione di sculture artistiche. Spiagge lungo le quali si possono finalmente fare lunghe e tranquille passeggiate nella stagione invernale, vuote e immerse solo nel rumore delle onde che si infrangono a riva.

Scendendo verso sud, a metà strada, ecco la Toscana con la grande mostra di oltre 500 presepi a Camaiore in provincia di Lucca, aperta fino al 28 febbraio 2012.

Le due isole maggiori d’Italia vedono a Castelmola in provincia di Messina la creazione di presepi tradizionali e con materiali alternativi come la pasta, le bottiglie o lo zucchero, accompagnati da eventi gastronomici che avranno luogo fino all’8 Gennaio 2012. In Sardegna, è la pasta di pane a fornire la materia prima del presepe di Olmedo, in provincia di Sassari, visitabile fino al 06/01/12. Queste, sono solo alcune delle località che, ancora una volta, confermano la grande varietà dell’Italia, percorsa dai fili sottili della tradizione popolare del presepe che spesso si unisce al paesaggio e alla cultura delle singole regioni.

Journey through the Christmas cribs of Italy

If a crib map could be traced, Italy would be a starry sky spangled with a multitude of light spots showing more or less famous places. In fact, a great number of small villages and big cities from North to South, eastwards and westwards do not give up preparing cribs of all kinds.

Apart from one’s opinion and beliefs, a visit to a Christmas crib could be the occasion to know places and realities that maybe couldn’t be visited otherwise. Following the virtual crib net of sites and itineraries, it will be possible to discover aspects and characters, from which local traditions draw inspiration for crib setting up.

For instance, at Jesolo near Venice, the sea and sand represent the basic elements for the artistic statues of the Sand Nativity, opened till 31st Jan. 2012. The famous wide beaches of thin sand, so crowded in summer, are now empty and invite to long walks on the quiet wave-washed strands. Valsesia’s gastronomy and artifacts can be discovered visiting Cellio and the so-called Crib Valley, in the province of Vercelli in Piedmont  till 8th Jan.2012.

In central Italy a great show of more than 500 cribs can be visited at Camaiore in Tuscany till 28th Feb. 2012. In the crib tour the two greatest islands of  Sicily and Sardinia can be included, too. Cribs made of both conventional and unusual materials such as pasta, sugar and bottles are shown till 8th Jan. 2012 at Castelmola, in the province of Messina, Sicily.

Dough is instead the raw material of Olmedo’s crib in the province of Sassari, Sardinia, till 6th Jan. 2012. These are just a few of the numerous Christmas cribs around Italy, confirming once again its great variety, which combines popular traditions with the landscape and culture of every single region.

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Reise durch di Krippen Italiens

Wenn man eine Karte der italieniscen Krippen zeichnen könnte, wäre Italien ein Sternenhimmel mit einer Menge Lichtpunkten, die mehr oder weniger grosse und berühmte Orte zeigen würde. Von Norden nach Süden und von Westen nach Osten sind die kleinen Dörfer und die Städte nämlich zahllos, die auf die Krippenvorbereitung nicht verzichten. Deswegen kann man Krippen aller Art finden, die die Gelegenheit bieten, um Orte kennenzulernen, die man anders unbekannt wären.

Hiesige Aspekte und Figuren, die die Volkstradition zur Vorbereitung der Krippen inspirierren, können durch ein virtuelles Krippennetz von Stellen und Wegen entdeckt werden. In Jesolo in der Provinz von Venedig versorgen z.B. die See und der Sand mit dem Grundstoff der Sandkrippe, die bis zum 31. Jan. 2012 geöffnet ist. Die im Sommer überfüllten Stränden sind jetzt leer und regen zu langen Spaziergängen mit dem ruhigen Wellenklatschen auf der Strandlinie an.

Bis zum 8. Jan. 2012 kann man mit einer Fahrt nach Cellio und dem sogenannten Krippental in der Provinz von Vercelli auch die Gastronomie und Handwerksprodukte von Valsesia in Piemont entdecken. Im Mittelitalien ist Camaiore in der Provinz von Lucca die Location einer grossen Austellung von über 500 Krippen bis zum 28. Feb. 2012.

Auf den beiden Grossinseln Sizilien und Sardinien  sind auch viele Krippen, u.a. diejenige von Castelmola in der Provinz von Messina bis zum 8. Jan.   2012. Hier werden traditionelle sowie ungewöhnliche Stoffe wie z.B. Pasta, Zucker und Flaschen verwendet. Der Teig wird dagegen für die Krippe in dem kleinen Dorf von Olmedo in der Provinz von Sassari, Sardinien  bis zum  6. Jan. 2012 benutzt. Diese sind nur ein Teil der zahlreichen Krippen Italiens, die nochmals  seine Verschiedenartigkeit bestätigen. Die Krippentradition ist nämlich meistens eine Volkstradition, die sich mit der Landschaft und der Kuktur der einzelnen Regionen verbindet.

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