Accadeva nelle cucine italiane del 1600 e 1700

Natura morta (B. Strozzi)

Natura morta (B. Strozzi)

Quando in Italia  il prezzemolo si chiamava petrosemolo e la casseruola era la cazzarola, chi se lo poteva permettere aggiungeva ai piatti di carne e non solo, molte spezie.

Non quelle spezie a cui siamo abituati oggi per insaporire le pietanze, ma abbondante cannella, zenzero, noce moscata e zucchero che prevalevano sul sale. Solo verso la fine del 1600 inizieranno a prendere piede le cucine locali delle varie nazioni, in cui all’uso indiscriminato delle spezie si preferirà l’utilizzo delle erbe aromatiche.

Tra le spezie più alla moda compariva anche il muschio, non inteso come pianta, ma il prodotto delle secrezioni ghiandolari di un ruminante asiatico simile al capriolo, che a discapito della sua provenienza corporea era molto apprezzato per il profumo che conferiva alle vivande.

Anche allora poteva capitare di iniziare un pasto o una cena con un bel piatto di insalata, quando ci si voleva saziare e non eccedere con le portate che seguivano, solo che spesso l’insalata non veniva lavata per evitare di disperderne il sapore.

Non era raro, quindi, che mangiare l’insalata potesse causare fastidiosi conseguenze, se ad esempio si trovava tra le foglie uno scorpione morto, il cui veleno l’aveva contaminata.

Trattato del trinciante (1639)

Trattato del trinciante (1639)

Cinghiali, cinghialotti, capponi, galline, porcellini da latte e ogni sorta di selvaggina e di pesce veniva minuziosamente tagliuzzata dal trinciante. Una figura di primissimo piano nella preparazione dei banchetti, quasi alla pari del cuoco. Con abilità e destrezza, dissezionava le povere bestiole per presentarle sulla tavola come si conveniva, utilizzando strumenti e tecniche che oggi dissuaderebbero parecchi a cibarsene.

Per aggiungere una nota leggiadra al loro operato, i trincianti si dedicavano anche al taglio di frutta e verdura con risultati quasi artistici, da intagliatori raffinati.

Accanto a certe scene un po’ cruente, viste con gli occhi moderni, nelle cucine italiane del 1600 e 1700 si levavano profumi delicati, come quello dell’acqua di rose che spesso veniva utilizzata al posto di quella comune nella preparazione di molte pietanze. Borragine, cedronella e pimpinella venivano largamente impiegate in cucina e i formaggi non erano serviti per ultimi, ma come antipasti per digerirli meglio, spesso cosparsi di zucchero che veniva grattugiato al momento, un po’ come facciamo noi oggi con il grana.

A Galeno, Petronio, Avicenna e Dioscoride, filosofi e medici, si ispiravano gli esperti dell’alimentazione del tempo che consigliavano o meno quel tal cibo o quell’altro vino a flemmatici, colerici o sanguigni. Erano, insomma, i precursori di molti personaggi noti che oggi in TV e su internet diffondono le loro correnti di pensiero e consigli alimentari.

 

 

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Storie di donne: Barbara Strozzi e il barocco in rosa

BARBARA STROZZI

Barbara Strozzi (Venezia 1619- Padova 1677)

Babara Strozzi fu una delle primissime donne che si fecero strada nel mondo della musica, quando l’ambiente musicale nell’Europa occidentale era terreno esclusivo di compositori e musicisti uomini.  Forse, proprio per questo, si guadagnò l’appellativo di cortigiana, coniato dai più invidiosi e maligni del suo tempo. Che lo fosse o meno, poco importa, perché la “virtuosissima cantatrice” vantava e vanta tuttora una folta schiera di estimatori ed estimatrici. Le doti artistiche di quella figlia illegittima, nata dalla relazione con una serva, saltarono subito all’occhio del padre Giulio Strozzi, uomo colto e  introdotto nell’ambiente intellettuale veneziano del primo ‘600.

Quando l’ambiente musicale nell’Europa occidentale era terreno esclusivo di compositori e musicisti uomini.

Quando l’ambiente musicale nell’Europa occidentale era terreno esclusivo di compositori e musicisti uomini.

Da lui fu sostenuta ed incentivata nella carriera artistica, affiancandola negli studi a Francesco Cavalli, il maggiore compositore veneziano del tempo, fondando per lei una sorta di associazione culturale  denominata L’Accademia degli Unisoni. A casa Strozzi, dove l’Accademia teneva gli incontri con gli intellettuali veneziani, Barbara non solo si esibiva con le sue composizioni, ma promuoveva dibattiti e discussioni. Fu madre di quattro figli, tre dei quali dello stesso uomo che Barbara non sposò. Compose quasi esclusivamente musica profana per un totale di 125 pezzi vocali, una scelta controtendenza in tempi in cui era la musica sacra a fare da padrona. Una donna chiacchierata, insomma, una “stella ribelle”, per citare una sua composizione, che ha lasciato una traccia unica nella storia della musica barocca e non solo.

 

 

 

 

 

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